Una, Nessuna e Centomila
Prima di tutto: la testa mia sotto ai piedi vostri per avervi abbandonato per tutto questo tempo. Il fatto è che tutto sono tranne che una persona sistematica, ancor meno ordinata (chiedete a chi ha avuto la sventura di vivere con me), per cui per far funzionare una rubrica dovrei scrivere in tempi e momenti appropriati, altrimenti, come accade, i pensieri mi si affollano in testa, e io, che voglio scrivere di tutte le cose, finisco per non scrivere più di nessuna.
Detto ciò, direi che è finalmente arrivato il momento di presentarvi ufficialmente La Coruña, o A Coruña, come la chiamano qui, addolcendole il nome al suono di un’eredità portoghese.
Compito non facile quello di descrivervi questa città; qualunque città, avrebbe forse detto Marco Polo a un ansioso Kublai Kan, mentre gli ricostruiva l’impossibile rete delle città invisibili del suo impero. Quante anime nasconde una città? Quanto tempo occorre per percorrerle tutte?
A Coruña ha mille volti, mille nomi, mille voci, e sono così diversi che finisce per non averne nessuno. Nessuno, almeno, riconoscibile dal viaggiatore occidentale, abituato, molto spesso, alla rassicurante passeggiata dentro alla guida turistica, per ritrovarsi in mano a fine viaggio la città convertita in miniatura racchiusa in bolla con acqua e neve finta, da agitare a dovere per rispolverare il ricordo senza che questo possa nuocere dal vetro.
Sedimentata da secoli in bilico sull’oceano, la città sembra uno schizzo di calce gettato a casaccio su un paesaggio bellissimo e selvaggio: il lungo e forte Paseo Marítimo, che si fa via via più aspro mentre ci si avvicina alla Torre di Ercole, il faro di origine romana, un dito puntato verso il cielo, degrada, poco oltre la cortina degli eleganti palazzi che affacciano sul mare le loro verandine bianche, verso parallelepipedi anonimi e squadrati che soffocano il povero caminante mentre cerca invano di arrabattarsi cercando un’uscita di sicurezza.
Si direbbe allora che A Coruña sia una città brutta, soffocata dal cemento, appesantita e lasciata sola a trovare un’utilità a tutta questa bruttezza. Ma dire che è brutta significherebbe silenziare il colpo d’aria che riempie lostomaco ogni volta che si gira l’angolo e si ritrova, improvviso, l’oceano, o la romanzesca sensazione che si prova a percorrere le strade del centro, quella di camminare attraverso un veliero gigante, una sorta di città sull’acqua, piena di taverne che offrono polpi appena pescati, o bicchieri di birra riempiti direttamente dalla botte, corsari pronti a litigare ad ogni angolo, sbucando dall’oscurità di un portone, dalla puzza di pesce fritto di una
bettola, da un tombino lasciato scoperto a metà.
L’aria primaverile che si respira nei giardini Méndez Nuñez, e che nelle domeniche di sole assomiglia a quella della Villa Comunale a Riviera di Chiaia, non è la stessa, frenetica aria che si respira a piazza Pontevedra, dove i ragazzini usciti da scuola rappano basi con la bocca, scansando con gli skateboard qualche punkabestia ubriaco e le signore che tornano a casa con l’ autobus. L’aria della spiaggia del Matadero, piccola e curata, sabbia brillantinata, poco vento, riparata, tana dei surfisti e dei turisti, è un’altra aria rispetto a quella che aggredisce ventosa e fredda pochi metri più in là, lungo lo stesso oceano, la stessa costa, tra dune che segnano trincee tra le persone, e ispirano la solitudine degli artisti e degli innamorati. L’aria, o la mancanza d’aria di Cuatro Caminos, soffocata dai centri commerciali e dalle strade a scorrimento rapido, si fa sporca su Ronda de Outeiro fino ad aprirsi di nuovo sul Conservatorio e poi, ancora una volta, verso il mare, andando a sbattere contro l’obelisco Millennium, ago di una bussola che indica il sogno di un’ipotetica modernità. E ancora l’avidità notturna di Monte Alto, un glorioso passato arroccato dietro alle mura della Città Vecchia, l’irriverente spirito di Plaza del Humor, il cuore aperto di Plaza María Pita.
Troppi volti per descriverli in una pagina che ha già portato via troppe righe, e troppo tempo. La città dove, si dice, nessuno è forestiero. Forse perché lo sono tutti, forse perché in una città dove il mare domina ogni angolo di pensiero la gente arriva sorvolando le strade come i gabbiani, senza fermarsi, senza mai andarsene veramente.
E un sole ogni giorno più ostinato (ma chi si è inventato che a La Coruña piove sempre?) macchia di giallo i mille volti della città, regalando all’identità frantumata del vento il tepore di un giorno di riposo.
Ma il cielo è sempre più blu
Dopo 22 anni di Napoli, 2 anni di Roma e circa un mese a La Coruña, ho finalmente compreso quel verso della canzone di Paolo Conte, citato spesso da un caro amico, che dice:
e il sole è un lampo giallo al parabrise.
Quando il sole si fa lontano pure nel ricordo, l’umore si infisttisce, si stringono le maglie del sorriso e si aumenta di peso, un po’ perché capelli e vestiti restano umidi, un po’ perché si sa che a noi gente del Sud il tempo brutto ci mette tristezza, la tristezza porta depressione e la depressione ci porta inevitabilmente a soppesare con incredula rassegnazione la scatola di biscotti o la vaschetta di gelato o la confezione di cioccolatini appena comprate…e già vuote.
Così, quando la cappa si solleva anche solo per un pomeriggio, è doveroso uscire e, una volta usciti, lasciarsi dolcemente calamitare dal Paseo Marítimo, il lungomare più lungo d’Europa (17 km circa) sperando di incappare in un’orda di surfisti, che, come le lumache, escono appena smette di piovere.
Ma se i surfisti sono troppo lontani o troppo impegnati a maneggiare la tavola da surf, o comunque non ti rivolgono altro che mezzo sguardo fradicio, be’, resta sempre il fatto che il cielo è finalmente tornato ad essere azzurro, e che tutto quello che non va in questa città sembra un po’ meno grave, e un po’ meno brutto.
E forse è proprio questo quello che ci frega a noi gente del Sud: “basta ca ce sta ‘o sole, basta ca ce sta ‘o mare”, e l’anima nostra si placa, si acquietano gli spiriti in rivolta, si lascia riposare l’inchiostro della penna dei cahiers de doleance per la prossima giornata di pioggia.
Così si tende a dimenticare l’ennesima settimana di inattività, le interminabili ore passate ad aspettare che cominci questo benedetto tirocinio, l’indifferenza di chi dovrebbe tutelarti, consigliarti, aiutarti e che invece ti risponde quasi con fastidio, l’insoddisfazione di non sentirsi valorizzati, la delusione, ogni giorno un granello più amara, di vedere accantonata, sciupata, sprecata questa bella idea di Europa.
Sotto un cielo che questo pomeriggio è sempre più blu, oggi a La Coruña c’è chi scrive sui muri Folga Xeral, chi grida, chi lotta, chi mangia una volta la solita tortilla de patatas, chi prende assai poco, chi gioca col fuoco, chi muore al lavoro, chi gli manca la casa, chi gioca d’azzardo, chi ha perso l’autobus, chi ha vinto un lavoro…nana nana na na, na nana nana na…
Ma il cielo è sempre più blu, mentre il sole piano piano tramonta, e una tizia con un cappotto nero, un foglio di carta e una penna in mano si chiede se un oceano malato di melma possa avere una risposta al suo sentirsi di oggi.
Seguitemi
Una leggenda dice che la forma frastagliata delle coste della Galizia è dovuta alla mano di Dio, che, stanco dalle fatiche della creazione, il settimo giorno si appoggiò su un lembo di terra per riposarvi.
Ora, evidentemente Dio doveva essere alquanto accaldato, perché oltre a lasciare a questa fortunata terra la forma della sua divina mano le lasciò anche una notevole dose di umidità, che raramente si condensa fino a diventare goccia, restando perennemente sospesa tra terra e cielo in attesa…in attesa forse che accada qualcosa, che spiri il rigenerante soffio liberatore o che l’umore precipiti giù, sciogliendo la distanza tra cielo e mare.
Prima che questo accada però, possono passare giorni, settimane, mesi addirittura, che si allineano in interminabili sequenze di momenti tutti uguali, in cui la luce richiama la passività indolente dello spirito, che oscilla, come direbbe Giginho, tra la voglia di dormire…e la voglia di stare a letto.
Città sonnolenta e sospesa, città di contrasti e contraddizioni, di acqua e cemento, A Coruña è una periferia portuale, occhio di terra semichiuso su un oceano ribollente di vita silente, nascosta allo sguardo frettoloso di un turista occasionale, aggrappata agli scogli che affiorano tra la spuma color di teschio, occhio con palpebre che si aprono verso l’interno, per proteggere segreti millenari che solo chi ha l’anima incrostata di sale può cercare di assorbire attraverso le storie, la musica, gli spazi vuoti, leggendo i silenzi, leggendo tra le rughe della gente.
Chi allora potrà descrivere questa terra di lontananze e di perdite se non l’anima assetata, incrostata di sale e di sole di un’emigrante in terra d’emigranti?
Seguitemi nella città di cristallo…venite a vedere l’Oceano.
Irene, caspita..ti fai leggere col fiato sospeso.
Una pagina delle migliori letterature di viaggio.
Ti abbraccio tanto.
;)
ciao Irene! Come non seguirti dopo cotanta prefazione????? :-)
Che artista che sei preziosa amica mia…sono certa che il tuo sorriso e il tuo fascino caliente riusciranno a riscaldare questa terra umida lasciando indelebile la tua traccia…
Questa descrizione è un raffinato e gustoso aperitivo, che prepara i sensi a un trionfo di portate in un sontuoso banchetto. Viene davvero voglia di seguirti!