Santina Verta Racconta

di Santina Verta

IL MIO BLU
Vi regalo un pezzo del mio blu!
Calabria,
non riesco ad allontanarmi da paesi dove respiro
l’affanno della quotidianità,
in un tempo sospeso fra partenze e rientri e dove ritrovo i bagliori
malinconici e trasfigurati di chi vive altrove.
Vivo sempre lo stupore del MARE, mentre canticchio: “dopo una curva
improvvisamente …il mare”(Fossati).
Che fascinazione questo mare che “accoglie” sempre!
(–mare mare qui non viene mai nessuno a trascinarmi via–)
Ne avverto l’odore di salsedine e rivedo i colori cangianti,
anche nel chiuso della mia mansarda nordica
o dietro al finestrino di un treno che mi riporta
al BLU
Se chiudo gli occhi , il colore intatto del BLU mattutino mi riporta
le ombre delle case che si allungano sul lungomare
o mentre cammino lentamente nell’acqua tersa
ed i miei occhi si tingono di verde e di blu e
oltrepassano l’infinito.
Il mare a cui affido i miei ritorni è lì, a pochi passi, lo osservo
dal terrazzo… mi aspetta sempre!
Un tuffo… ed il tempo precipita
nel BLU dell’infanzia… verso un tuffo desiderato e negato
L’acqua è il mio elemento
… che incanto.
L’azzurro liquido e trasparente mi assorbe, mi dà pace!
Il mondo sott’acqua mi trasporta con dolcezza,
seguo la famiglia del “pesce-re” in anfratti misteriosi,
in un gioco di colori evanescenti.
Il mondo “sopra” scompare per ore, solo liquido etereo,
leggerezza, LIBERTA’ ritrovata:
“Non sono che l’anima di un pesce con le ali”(Fossati)
e riprovo l’acuta nostalgia di “chi tene o mare…porta na croce”
e mi consolo guardando le increspature del lago o i bagliori del
monte Rosa, ma è un’altra storia.

Nonna Santa: I ritornelli -le romanze e la gallina ambulante

Eccola là la mia cara nonna Santa che mi tiene per mano, mi piace quel tepore solido, ne percepisco a “memoria” la tenerezza!
Che effetto le tracce d’amore impresse nella lontananza, il fascino delle foto ha questo potere vivificante, riattiva quell’essenzialità dell’essere stati amati, riannoda le percezioni tattili del contatto , fino a rappacificare il debordante bisogno di tornare indietro e ri-ascoltare il suono della voce, il modo di piegare la testa,la camminata dondolante, il modo di ridere…il canto!
Oh che passione aveva la nonnina per i primi dischi,comprati all’arrivo della pensione: quanti pomeriggi a ricantar le gesta del “briganti Musolino” un Lp enorme e le gesta intermezzate dalle voci cantate all’unisono…non ricordo più se la nonna fosse anche lei dentro al disco!
Il retro era un suo ritornello continuo…” Violante…Violante tu fosti l’amante che solo mi dasti un po’ di felicità!… la voce di nonna Santa è ritornata su queste note!
Dolce e generosa Nonnina, negli ultimi anni , vivevi coi due figli maschi, a mesi alterni, ti dividevi fra i nipotini e quando eri con noi …era una gioia che ci univa di una complicità particolare.
I tuoi racconti a puntate erano il momento più fantasioso che mi ricordi…c’era un pathos, per le vicende anche delle fiabe, un’animazione quasi visiva nella sospensione dei tempi del racconto…erano le “romanze” tramandate oralmente da tempi remoti che illuminavano le sere buie degli inverni, era l’attesa dell’evolversi della trama che ci teneva svegli, era il tuo modo di cambiare le tonalità di voce a farci sussultare!
Una nonna magica,non sapevi leggere, ma ti era chiaro il tuo procedere docile nel piccolo micro-cosmo del Paese,contenta del poco che avevi, con la pensione minima ti sentivi ricca, ma dopo due soli anni, all’età di 67 anni ti portò via una trombosi.
Che dolore! Il primo strappo…eri a casa degli zii, una corsa in bici per rivederti, ma fu inutile!Mia sorella Franca stava già male e l’anno seguente sarebbe stata tragedia!
Con la nonna mi divertivo a inventar scherzi, ridevamo per un nonnulla!
Lo zio Guido si era innamorato di una ragazza di Paola, per cui andavamo spesso in visita dai parenti di zia Caterina, per noi era un evento salire in treno e sono molto gli episodi curiosi, legati a quel periodo.
Una volta alla nonna fu regalata una gallina e la trasportavamo in una cesta, all’arrivo del controllore,la nonna temendo che anche la gallina dovesse avere il biglietto, nascose il cesto sotto le lunghe gonne…ma proprio mentre il controllore si avvicinava,la gallina fece l’uovo con relativo…”cocodè—cocodeeee’–” io già ridevo e la nonna prontamente ,mi suggerì di fare il verso della gallina! Ero divertita, il gioco mi piaceva e così l’uovo freschissimo viaggiante!
Quel clima giocherellone durava per ogni viaggio, avevo le attenzioni di tutti e stabilivo ruoli e pensate— il vagone era animato dai miei spostamenti per quella casa ambulante che delimitavo come stanze per ognuno; mi dicono che ero persino capricciosa e che ogni tanto volevo qualcosa che solo io avevo visto passare e tornavo a casa in lacrime. Che strana bambina! Piangere per un cespo di lattuga !!
( Una vagonata di saluti a tutti!)

La perpetua del taxi

I martedì pomeriggio siam sempre in riunione e settimana scorsa, nel breve percorso fino a scuola, ho fatto un incontro insolito.

Fuori dal percorso pedonale, un’anziana signora chiedeva dove abitasse un certo Carlo, i pochi passanti rispondevano frettolosamente e lei era spaesata, ferma in mezzo alla strada, appena mi avvicino :- Ecco lei sa dov’è Carlo o almeno il don..!-  Le  indicai la direzione della Chiesa, ma..
Potevo lasciarla andare da sola?
La dolce e minuta signora Maria, si appollaiò al mio braccio, mentre con l’altro si appoggiava ad un bastone e mi raccontò che si era fatta portare da un taxi, fin da Cassano, perchè voleva rivedere ” ul don Luigi, che aveva servito per 10 anni”. La mia casa confina con la canonica e so che il prete non è don Luigi..ma procediamo lentamente nella ricerca.
Entro nel bar della piazza ..e nessuno sa di questo prete, qualcuno  dice che “L’è mort”.
Allora penso che il  luogo migliore dove possa ricevere notizie e nello stesso tempo trovar qualcuno con cui parlare del passato e in dialetto …sia il centro anziani.
Ormai Maria si fida del mio sorriso e delle mie interpretazioni: non sente,cammina traballando, non posso lasciarla!
Faticosamente scendiamo i tre gradini dell’acciottolato verso la sede dove  giocano animosamente a carte una trentina di uomini e donne, faccio sedere la signora Maria e chiedo un po’ di attenzione….
Ora capite che far  interrompere il gioco  è  proprio da terribil rompiscatole..ma l’interruzione è durata 2 minuti, i tavoli si son subito ricomposti e la “barista”  mi ha bruscamente invitato a portarla fuori da lì.
Maria, 91 anni esclama:-giocator!-
Di fronte c’è  uno dei vigili  e ..speranzosa chiedo se può aiutarci, ma ha fretta e dice- Lasciala dagli anziani!-
Dovrei andare alla riunione, ma Maria  devo convincerla a richiamare il taxi…ma Lei vuol vedere il sio don!- mi porta lui a cà!-
Suono dal prete..ma lei saggiamente mi fa notare che a quest’ora. si son fatte le 15..sarà a pranzo!
Non so più a chi chiedere…ma ecco che arriva una delle signore che ha finestre proprio sul portone dell’edicola ed è chiamata- _Il Gazzettino!- se non lo sa lei!
Nulla! Tutte le varie congetture risultano svianti,,,Maria dice non.. non quel prete era l’altro.
Arriva il giornalaio…-Ma dai ancora qui, la stessa storia tre giorni fa!- Non c’è nessun don Luigi, qui!-
Ma mi dice che è imparentata con una maestra in pensione da tempo, so dove abita e così scendiamo lungo una discesa , fino alla provinciale e un po’ rallentando e zoppicando, consegno la simpatica Vecchietta ad una parente.. che le urla: -Mo ti si ancora chi!- Basta!
Con un mesto sorriso, la saluto!

Emozioni
La bellezza è quel momento di rarità che si insinua fra le pieghe di un sospiro
In principio era l’EMOZIONE..
…e le parole hanno rimpiazzato le emozioni? Quando? Come?

Mi capita di rimanere in uno stato di grazia, di silenzio tumultuoso e vociante
“dentro”,
per brevi momenti di assoluto stupore…. uno scricciolo sul muro di cinta della scuola…una pratolina…. un fiocco di neve sospeso…. i colori del cielo…. la prima stella…il sorriso di un neonato…. gli occhi sfavillanti di attese dei bimbi…
Cerco questo tono emotivo in ogni situazione, ne colgo anche i balbettii o il rumore sommesso e pudico, cosi come ne immagino l’espansione in quella zona così intima che vorrei toccare – odorare – gustare – inglobare e far rimbalzare per coprire il tonfo del vuoto.
Scrivo per sentirmi viva in mezzo a riunioni ritualizzate e comunico con gente che non conosco, ma che mi pongono in uno stato di attesa…chissà??
e se il silenzio diventasse fermento di idee?
Tutto capita
all’improvviso,
l’inattendibilità è,
più
dell’attendibile,
vicino a quanto
accade. (Piero Bigongiari)
Mi emoziona (= mi diverte) captare(=Immaginare) lo stato emotivo di chi legge-ascolta scrive o va via …. e penso che a volte il silenzio sia denso di parole che raccolgo nel mio scrigno segreto.

Ricordi

Piazza bella piazza, fatemi pazzià
Ricercando risposte a pensieri che si affastellano e fermentano l’anima, sono arrivata in un luogo dove i pensieri fluiscono vivacizzandosi.
Questa Piazza ha il calore di un antico focolare: un archetipo cerchio, dove ognuno ha fili di pensieri per l’altro e li manifesta senza remore, anzi diventano stimolo per AGIRE fino a condividerne l’intima fibra sfumata di altalenante, faticoso, dolente, giocoso percorso.
…Saltellando fra parole e sensazioni, fra ritmi e melodie di persone che hanno fili da raccontare e memorie da ricucire, abbiamo sperimentato la circolarità vibrante che cammina sotto fiumi più profondi e raccoglie l’infinito di ognuno.
Felice di questa Circolarità – Comunanza vi regalo questa poesia di
Danilo Dolci.

Mai vediamo creature identiche
mai vediamo creature diverse.
L’altro non è lo sciancato o chi ha tre gambe
o un diverso colore della pelle.
OGNUNO DI NOI E’ L’ALTRO,
DIVERSO L’UNO DALL’ALTRO:
Solo i virus sono uguali.

Anticipo l’anno che verrà. Per tutti i giorni che verranno e per il coraggio di affrontarli, auguri ad ognuno di voi / noi.
Domani parto, torno a casa, a Cittadella… e sarà spettacolo per gli occhi e il cuore, spero! Manchiamo da 7 anni, mica mi ricordavo! Rimuovo da tempo le date, ma poi una foto, un motivo particolare,mi riportano indietro…e innanzitutto c’è Venere che mi mette alla prova.. “Mamma, ma come fai a non ricordare!” (Vi racconterò … Un abbraccio circolare! Ciaooo! )

Doloranti
Caro Vincenzo, non abbiamo riti propiziatori per uscire dal  tumulto assiderante e violento in cui siamo finiti … fra sabato e domenica sono stata come in gabbia, dolorante impotente, non son riuscita ad andare dai nipotini.. “sentivo” il dolore di Angela, in ondate paralizzanti, finché non arriva una specie di spinta a reagire, soprattutto per non far soffrire le persone care,ma è così complicato che dovrei scrivere un trattato su questa forzatura, è così da un tempo lontanissimo. Ho avuto una confidenza con le perdite sin da piccola…una sorellina Franca, due anni più piccola,seconda media… 3 giorni e via e da allora ho consolato e mi sono immedesimata in tutti i lutti del Paese.. mi davano persino le condoglianze, per tutelare mia madre andavo io ai funerali.
Franca era nata con un problema cardiaco, ma allora, in quella Terra non avevamo nè medici capaci di capire, né interventi risolutori e fra una ricaduta e l’altra è arrivata al crollo.
Mia madre, non si è più ripresa da quel dolore, si è lentamente ammalata, isolata in un suo mondo e mi ha condannata all’esclusione: io ero la figlia forte, dovevo cavarmela da sola. Per fortuna c’era l’altra più piccola, 7 anni e così lentamente ha ripreso l’apparente routine del vivere.
Primo anno di liceo, con questa impossibilità di comunicare il dolore ad altri che ne erano ignari ed ero così indifesa!
Ecco il nodo che segna la fine di un’epoca…quella gioiosità fiabesca dal pascolar con le zie, all’entrata nel mondo adulto a soli 14 anni. Gli altri li vedevo tutti sicuri, avvolti nelle loro protezioni e sicurezze.. che impaccio nasconder le scarpe bucate sotto il sedile del treno, ero di un altro mondo, le altre ragazze erano curate e ben vestite.
Al mattino il treno partiva alle 6 e 30, io potevo lavarmi nel capanno nell’orto,per cui alle 6 , asciugamano in spalla di corsa , dal vicolo all’orto e  di corsa in stazione… una piccola  e spaventata ragazza vestita di nero!
La mia maestra Emilia, convinse i miei che dovevo studiare,andare alle magistrali, ma a Paola,l’Istituto Magistrale era  parastatale,gestito dalle suore e quando andai per iscrivermi, con mio padre… tragedia: la madre superiora, fu irremovibile..era già tutto pieno  per le allieve che andavano alle medie da loro.Ho pianto, mio padre disse” Ma fatevi u signu da cruci, se è per la sedia ve la porto da casa! Accontentatela” Ma i ” cape e pezze”  ghiacciarono le parole mettendoci alla porta.
Anzi, consigliarono caritatevolmente di farmi iscrivere allo scientifico,nato da poco, e che poi sarei potuta passare da loro.
Così finii fra i figli dei Signorotti… appena i  notabili del Paese seppero, tentarono di dissuadere mio padre” Come pensi di permetterti di mantenere una figlia agli studi’”  e la sfida iniziò!
Per i primi tre anni media altissima… poi arrivò la rivolta del ’68 anche da noi e nello stesso tempo i baci dietro ai giornali  con Gigi e il seguito..  ripetei il terzo anno per salire sui tetti… rubare le merende ai  figli dei ricchi..mai avevo saggiato pane e marmellata, rubato a Michele!  Ricordo con commozione il mio anziano prof. di matematica che mi pregava di farmi interrogare…ma le assemblee erano  un richiamo  desiderante.
Ormai ero pronta alla lotta, anche se mo padre  poteva battermi..ero uscita dal bozzolo!
I santini che mia nonna Carolina mi cuciva addosso per farmi rinsavire li buttavo dal finestrino dei treni in corsa… ma già  i lumini li avevo spenti e lanciate fuori tutte le immaginette la notte della morte di Franca.
In fondo, sono  in balia degli eventi,una donna senza appigli! e quando frano sono rovinosamente legata a quell’odore di talco sul corpo di mia sorella, quella melassa dolciastra di morte, mentre aleggia quel desiderio di grembo materno negato.

L’anno dei treni verso Nord
Il treno locale verso nord, con cambio a Sapri è in partenza, Santina e Gigi, sposi da una settimana, lasciano un gruppo di parenti desolati: partire i primi di novembre è già triste,ma non avere un posto dove andare è angosciante.I parenti sono ignari, li salutano come due sposi in viaggio di nozze… non sanno del loro segreto.
Aspettano un figlio, ma nessuno deve saperlo, soprattutto il padre della sposa che ha accettato a fatica questo amore rivoluzionario e che ha voluto un matrimonio come si conviene ai bravi cristiani. Si è fatto prestare i soldi in banca per  festeggiare questa figlia amatissima e testarda e allora via col pranzo e i balli fino a mezzanotte e la settimana da zita.
In piena maturità il dubbio:  quella unica prima volta in riva al mare.. senza esserne cosciente pienamente, ha prodotto l’evento più prezioso delle nostre vite:una bambina, “Venere!”
Dopo la maturità, anche Gigi era al  ”diploma da perito meccanico”, parte per Varese, con un amico, in cerca di lavoro, ma non era il periodo …
Lo aspetto…  mentre i miei cercavano in tutti i modi di mandarmi a studiare a Napoli.. e farmi distogliere da quest’amore, ma invano, son ridotti a capitolare e concedere il consenso… così arriviamo al 24 ottobre giorno delle nozze!
Che periodo,la finzione mi logorava, mi sentivo in colpa, ma dovevo resistere!!
Salire su quel treno era speranza di vita insieme e di felicità, ma che incertezze ad ogni sommovimento!
Avevo convinto Gigi che saremmo potuti andare dalle zie in provincia di Modena, lui non le conosceva, era così titubante!
Percìò da Sapri la destinazione era Bologna e poi..avrei chiamato le zie.
Partire col buio, senza paesaggi che possano distrarre i pensieri è davvero essere avvolti dal mistero… a Napoli, c’è una manovra che fa sembrare che il treno ritorni indietro…scuoto Gigi ” Sveglia abbiamo sbagliato treno, torniamo indietro… !” e lui serafico: ” Ma no, hanno solo cambiato la motrice del locomotore.. cerca di star calma ! “
Ma fino a Roma ero incollata al vetro.. finalmente potevo appisolarmi, pericolo di essere scoperta…scampato, come una ladra!
L’arrivo dalle zie è stato una festa, ho ritrovato il calore delle nostre sere in campagna, la complicità, la condivisione.
Mi hanno coccolato e protetto dal freddo cocente, ridato fiducia, aiutato gigi a cercar lavoro, ma anche lì nulla! Così  riparti ancora verso Varese, da parenti.. io rimasi un mese dalle zie, scrivevo lunghe lettere…” Qualsiasi cosa l’affronteremo insieme ..” finchè , dopo aver  un lavoro fisso e una casa, venne a riprendermi.
Quante esortazioni da parte delle ziette, ma ero ostinata..e ci regalarono una enorme valigia di cartone, contenente una termocoperta ed eccoci alla stazione centrale di Milano.
Avete mai visto ” Vacanze intelligenti” con Alberto Sordi e la moglie fruttarola?
Il mio stupore era pari ad una mai uscita dall’uscio di casa,imbambolata, stranita, incuriosita anche dalle cose più banali, facevo ridere solo  se stavo ferma, figurarsi se parlavo…
La scena più buffa: arrivati alla scalinata enorme, con tutta la gente che saliva e scendeva, la nostra super valigia col termoforo..decise di farsi tutte le scale da sola! Il manico aveva ceduto..e rotolava..rotolava , mentre la gente si scansava… io ridevo, ma nessuno dei due osava  scendere a riprenderla.
Il primo impatto con la grande città, mica si dimentica!
Di nuovo su un treno locale verso Varese, destinazione Castronno, le ombre della sera  avvolgono le case fra spruzzi di nebbia e  fiati sospesi… stiamo per avere un posto nostro, un nido d’amore!
Che fatica orientarsi in questa stazioncina, scendiamo e trasciniamo i nostri averi lungo la via  dove ci sarà la casa degli sposi!
Ma qui c’è l’amara sorpresa, i proprietari , aprono solo uno spiraglio di porta e invece di consegnarci le chiavi, dicono:
Ci abbiamo ripensato, i meridionali sporcano…- io dico;- Ma se pulisco casa da quando son piccina— , ma sono irremovibili, ci ridanno  l’anticipo e chiudono violentemente la porta.
Piangere è dir poco! Non ci sono parole per questa umiliante indecenza umana…
Siamo soli, è già notte, fa freddo, siamo stanchi , affranti,non c’è un albergo in questo paese del varesotto, non c’è un taxi…
Ci avviamo  lungo la strada fino ad un bar con telefono pubblico… Gigi chiama un cugino, arriva e siamo accolti come profughi a Tarabara! Una  comunità di calabresi!
Ora so che già allora la paura dello straniero era il germe della xenofobia leghista.
E questo non è folklore, ma egoismo becero!

Passaggi in treno
Se non avessi sogni da dipanare nei viaggi intorno e dentro gli accadimenti del tempo che scorre, sarei come un sasso vitreo, ma anche i sassi levigati dal turbinio del tempo avvertono le irresistibili e infinite singolarità delle intelaiature dei sassi altrui e rotolando insieme in questa scia posso viaggiare su tracce di similitudini.

Keats direbbe di ogni “sasso” :
“Una cosa bella  è gioia per sempre
il suo piacere cresce;
mai passerà al nulla..”

e Pessoa allo spessore di ciascun” sasso”:
“la mia anima è una misteriosa orchestra;
non so quali strumenti suoni o strida dentro me:
mi conosco come una sinfonia..”

Spesso avverto il senso di ogni nota dei “sassi” che intravedo dai vetri della mia anima irrequieta e temo che arpeggio intorno a loro per inglobarli e trarne beneficio, una specie di benevolenza immeritata.
E’ una sensazione indefinita che ha sede in tempi lontani, quando, dall’aia dei nonni, osservavo stupita lo sferragliare dei treni e avrei voluto conoscere tutti i passeggeri intravisti nello sfrecciare di attimi.
Quella linea ferrata, ad un unico binario, stagliata nella quiete della campagna, rombava storie di vite in fuga da quella terra aspra e amata ..era già presagio di distacchi.
Quel tragitto rettilineo demarcava lo spazio coltivabile. da una parte le terre renose “‘a rinaglia” sovrastate da una collinetta-vigneto e quelle aldilà delle strettoie dei “tombini” che portavano alle vaste “macchie” confinanti con la vera e propria spiaggia.
Nelle “macchie” i miei  coltivano grano, granturco, fagiolini filamentosi, erba medica.Il raccolto era festa, dopo tanta fatica.
Ricordo la “spoliazione” delle spighe di granturco,seduti in cerchio,raccontavano,a più voci,storie di orchi spaventose, ascoltavo rapita e col cuore che martellava.. Zio Guido con voce cavernosa…” Santinè mò ti piglia!…
La tensione narrativa diminuiva  nel momento che si trovava una spiga rossa, allora correvo in cerchio ,
battendo la spiga sulle spalle di tutti, gridando.” Santu Martinu..Santu Martinu”, era il buon augurio per il raccolto.
La pausa era determinata dall’arrivo della zia – cuoca, la “Lollo” con una scodella fumante di polenta e fagioli e peperoni piccanti abbrustoliti..una delizia!
Quello spazio cambiò fisionomia quando iniziarono i lavori per il raddoppio dei binari, ma anche nella famiglia dei nonni avvenne la rivoluzione amorosa: due giovani gruisti, forestieri, si innamorarono delle zie più giovani, così zio Antonio di sant’Anatolia, prov. di Rieti sposò zia Virginia e zio Luigi di Mortizzuolo, prov, di Modena sposò la zia Iolanda e su quei treni sferraglianti si incominciò a salire e scendere.
Dopo un periodo di visite alla sorella Iolanda, anche la zia Dora sposò zio Gino e i nonni provarono l’ebbrezza di un paio di viaggi verso nord.
La mia prima tappa verso nord da sposa fu dalle zie “modenesi”, ma ve lo racconterò con calma… un’emozione vitrea per volta!
N. B.
Se passate in treno lungo quel tratto, potrete scorgere delle figurine che vi salutano calorosamente, anche se ora le zolle non sono rivoltate e le case vacanze sonnecchiano in attesa dei barbari.  Castronno, 3 novembre 95 -h3
Sono attratta da questi risvegli che precedono il nuovo giorno, sveglia con gli occhi ancora velati, la mente attratta da buchi neri, mi alzo dal letto per non soffocare…

Ieri-2 novembre- come ha agito questo tempo intervallato da sogni , emozioni, disperazioni?? Solo se scrivo ritrovo una dimensione.
Ieri mattina, nel tragitto casa – scuola, ho rivissuto la giornata del 2 maggio:
ero a scuola, mi muovevo inconsapevole che quel giorno avrebbe segnato un percorso nel dolore.
Mentre tu decidevi, io vivevo da incosciente, anche se a disagio,ma non ho avvertito la sospensione, il fremito della vita che si spegneva in quella stanza marina, un mattino di maggio eri ormai fra cielo e terra… Mentre io ero a scuola, presente ai bisogni di altri, ormai fuori dal tuo tempo, rimasta lontana, irraggiungibile, abbandonata….
Solo verso le 13 trovano il coraggio di avvisarmi….i bambini sono già pronti per uscire, entra la mamma di Jack, Gemma:- Devi andare a Cittadella ….- ?? ho pensato a mia suocera, – No, Gigi si è sentito male -; una scarica nella pancia, una fitta dentro al petto,vacillo indietro contro i banchi, Gemma mi sorregge, mi accompagna a casa.
Sono le facce dei nostri giovani amici  ma soprattutto Venere con gli occhi dilatati e il viso terreo che mi parlano e si accavallano, tentano di dirmi hanno già chiamato tutti… dobbiamo partire. Nessuna conferma, ma il sospetto della tragedia compiutasi a 1200 km di distanza.
Tutto solo 6 mesi fa, in un giorno lungo e senza luce ci avvicinavamo alla crudeltà della morte.
Si sono aperte le porte del dolore che impone nuove consapevolezze, i pensieri si rattrappiscono in una zona vuota, solo l’emozione ha spazio su tutta la scena ed i pensieri vengono ricacciati nel silenzio senza voce!
Quel primo viaggio in aereo fino a Lamezia e i silenzi atterriti di Venere e Fabio, solo la mia pancia rumoreggia piegata dal vomito verde.
Incomincio a capire appena fuori dall’ areoporto, dal gesto sconsolato dell’amico Angiolino che non ci saranno parole, solo lacrime e quel fiume di gente che aspettava il nostro arrivo sotto gli ombrelli..in quella piazzetta di solito assolata e l’urlo trattenuto di Angiolino che batte i pugni sul volante.- –E’ murtu, è murtu!”. Mi abbracciano, tirandomi giù dall’auto e spingendomi su ho il rifugio delle braccia di mio padre che corre a proteggermi, mi dirige in fondo al corridoio e mi guida verso la bara.
All’ora di cena ho trovato apparecchiata una bara , non capisco perchè dentro c’è Gigi, chiedo a tutti perchè:.. lo accarezzo. Mi sembra caldo, gli sollevo le palpebre.. mi guarda ! Non vedo nessun altro intorno.. solo pianti. Intorno alle 3 mi rendo conto che devo vedere Venere, non è salita, è giù da mia sorella..allora la cerco e lei mi dice cosa è successo al suo papà. Ho bisogno di stare sola, mia sorella vigila e mi dà la penna e il foglio richiesto, sa che solo così posso fermare il rumore del vuoto. Poi risalgo per tenerlo ancora vicino a me,chiedo che escano tutti, è difficile ma sono di ghiaccio. Intorno alle 5 arrivano gli amici da Varese ed è una marea dirompente di disperazione, questi ragazzi cresciuti assieme a Venere hanno amato Gigi come una guida etica e politica, devo proteggerli ancora e loro mi consolano come possono e mi coccolano come un fiore delicato, sono le radici del nostro percorso, una grande prova di vitalità e coraggio.
In questi giorni, solo 6 mesi, sto imparando a calcolare il tempo, temo di impazzire e non ricordare e mescolare le realtà con l’immaginario.

Non amo i riti
Ieri non ho portato fiori sulla tua tomba, altri hanno agito il rito, altri a te cari.
Io ho vissuto un rito diverso, ho partecipato ad una rappresentazione teatrale, in memoria di Pasolini, da te amato.
Tento di rendere a parole l’emozione vissuta in quello spazio scenico: tutto mi avvicinava alla tua scelta, al tuo dolore!
E’ stato rivivere con te, ero ombra dentro di te, vedevo il tuo soffrire, ma ero solo silenzio.
Ero lì con te, ombra senza più contorni corporei, solo ombra, niente più voce, solo il silenzio ombroso della morte, vivevo il fascino ombroso della morte che chiama – si impone – attira nel vortice – interrompe il calore, la vitalità, la quiete.
Eccola lì, in attesa…ti attendeva…si impone, diventa la sola attrazione possibile, persino facile!
Ti aspettava e ti ha cullato, abbracciato come io con la mia presenza – ombra non ho saputo fare, la mia ombra non ti ha trasmesso calore, la morte è stata più forte, più calorosa, più avvincente, avvolgente e vincente!
Sono inchiodata alla sedia, ho un urlo che non traspare, che mi trafigge, ti vedo mentre scegli, ascolto il tuo lamento…
È il lamento dei vinti, di quanti non riescono a sopportare il disagio di vivere,
è la voce senza più ex-pressione umana,
è la voce dei doloranti di sempre,
è la voce senza rimbalzo,
è la solitudine che si impone,
è il dolore che avanza
e ti stringe
ti lega a sé senza esistenza,
nel vuoto appare solo
la soluzione finale.
Fine al dolore di esistere!!
Ma c’è un’esistenza anche dopo la morte , se tu sapessi amore mio.
C’è una forza, un’affermazione della propria esistenza, anche dopo che il corpo è rigido, immobile, senza brividi, senza desideri.
C’è uno spazio nuovo, c’è questo grande richiamo alla vita che esprime tutto il tuo essere, il tuo percorso, ti conosciamo di più tutti.
C’è questa vicinanza fra doloranti, senza voce, ma che sognano e rimpiangono la propria tenerezza, che cercano l’amore disperatamente, ma qualcosa li spinge a rifiutarlo.
Ti vedo in queste scene, in questa sala, tu non poi vedermi, nessuno può vedere l’ALTRO, siamo troppo avvolti dal buio delle nostre paure, siamo in questa distanza, senza veli, ma senza corporeità….senza voce… solo ombre!!
Sono qui, vicina al tuo dolore, ma non puoi sentirmi, la mia voce sfugge al tempo, la distanza è raggiunta … siamo e non siamo … solo OMBRE!
Vedo un lungo labirinto fra la mia voce, fra il calore che fluisce dal mio corpo vivo…in attesa e la nuova dimensione della trasparenza…sono voce senza corpo!!
Urlo senza voce!!!
Non ho più ex – pressione umana!
Immobile, non posso intervenire, non posso fermarti, non posso schiodarmi dalla sedia, non posso fermare la scena!
Tutto si compie, passano folle di umani sconfitti- uccisi- passati per camere a gas- soffocati dall’ amore materno, soffocati dall’amore filiale – stuprati – feriti nell’amore.
La carnalità, la ricerca di piacere come solitudine nel labirinto della rappresentazione della vita, in scene sempre più cruente.
Appare il caos dei percorsi per affermare il diritto ad esistere, fuori dalle logiche borghesi , moralizzatrici…c’è solo la ricerca del proprio SE’, ricerca dell’altro da sé, ricerca di calore, di pace, di ritorno all’unico luogo del desiderio assoluto: il grembo materno….
Tutto è un ritorno ai Miti, al peccato originale allo splendore perduto, al godimento irraggiungibile, ricerca del tempo delle possibilità perdute :l’origine e la fine di tutto.
E’ un percorso nella sconfitta , siamo tutti malati d’amore, siamo tutti insensati, inconsapevoli del nostro dolore di esistere, di essere marionette fuori dalla storia, inconsapevoli di non vivere, siamo dei sopravviventi.
Solo il teatro, la funzione catartica della rappresentazione , può dar voce al dolore!
La voce può finalmente liberare il dolore che torce le nostre viscere
E l’urlo esce
Libero
Ci unisce
È un piacere estremo
Siamo tutti
Macerie umane!!
(Non so nemmeno come ho fatto a ritrovare la strada di casa, la mente e il cuore dilatato nella nebbia di questa notte, ho preso la strada del bosco, quella da non fare dal buio, mentre gli occhi erano spenti dalle lacrime e la gola arsa dalle urla, solo l’istinto mi ha ricondotto a casa da Venere che mi aspettava ansiosa.)

Potenza-Foggia (2 maggio 97) Treno locale
Sono stata 15 giorni a Potenza, mia madre ha subito un intervento al cuore, dò il cambio a mia sorella, mi sistemo in una pensioncina per le necessità impellenti, ma passo tutto il tempo possibile in ospedale. Mamma è debilitata, qualcosa non è andato nel verso giusto, ma lo scopriremo fra qualche mese.. per ora ha solo una forza disperante di vita, di voler tornare a casa sua.
Il tempo sembra risucchiarmi: è ora di lasciarla, devo riprendere il lavoro. Sarò da lei appena iniziano le vacanze, cerco di non far trapelare l’angoscia del distacco, di ingannare la tirannìa delle necessità… e stacco con un abbraccio che sa di lacrime trattenute, mentre le sorrido premurosa.
Riprendo la via del Nord da una visuale insolita: la linea adriatica e le tristezze si congelano dietro le novità dei luoghi da attraversare. Gli spazi attraggono i miei pensieri ad ogni curvatura: le linee ondulate di queste colline dai verdi cangianti imprimono nuove emozioni.
Il vento fa ondeggiare l’erba, formando piccole onde dai bagliori argentei, fra cui si intravedono dei piccoli papaveri che mi richiamano le corse nell’aia, dai nonni. Alcune erbe, fiori, colori, profumi mi riportano all’infanzia e le sensazioni sedimentate e apparentemente dimenticate ri-appaiono!
Il ritmo del treno non permette di soffermarmi sui ricordi. Il treno si ferma a Barile: penso alle vite di questo paese conosciuto dai racconti di un amico; vedo la cura della terra, degli uliveti, delle vigne, degli ortaggi e intuisco la fatica dei tanti accaniti amatori di zolle; benedico la cura delle donne nell’inventare piatti- abbellire le case con fiori ed essenze- ricami e ..figli!
Il treno locale, come una carrozza – guscio embrionale si riempie man mano di varia umanità. Una donna mi chiede di leggerle un biglietto ferroviario, si siede accanto e mi racconta la sua vita con una naturalezza antica e da me dimenticata. Mi chiede dove vado ed anch’io racconto di mia madre che ha scelto di essere operata a Potenza invece che a Varese, per sentirsi più vicina a casa, sono rimasta per 15 giorni , ma il lavoro mi riporta al nord.
Strano effetto sapere che faccio la maestra, si crea un’attenzione strana. Un signore anziano si avvicina timidamente e mi chiede consigli sulla sua condizione di vedovo: Voi che sapete, ditemi, cosa devo fare??…- e racconta che vorrebbe vivere con una donna divorziata, ma i figli si oppongono… il racconto si fa corale tutti intervengono, consigliano… i miei pensieri sono allentati, sorrido alle loro espressioni forti e ai visi che esprimono piena condivisione della presenza dell’altro.
Taccio sulla mia condizione di vedova, oggi non posso esternare questo evento devastante. È un giorno particolare: 2 anni fa, il 2 maggio..non posso aggiungere altro! Cosa vuoi che sappia, dovrei rispondergli… io non ho potuto capire nulla di quello che si andava compiendo: ho questo assurdo ruolo di sembrare infinitamente accogliente, eppure non è bastato a trattenere la vita!
Mi scuoto dalla morsa che logora i miei sensi,sono risucchiata dalle domande, dalle attenzioni, dall’umiltà e dalla semplicità delle persone intorno. Sto incontrando un pezzo di umanità che riconosco bene:la mia gente amata e di cui sono figlia con cui parlo con la stessa cadenza ritmica, usandone la gestualità e l’allegra generosità mimica, rimando sorrisi e serena accoglienza delle loro mezze frasi, degli accenni di discorso, delle battute di spirito, della saggezza arguta.
È una piccola carrozza carica di odori – di corpi – sensazioni di vicinanza naturali- scambio e offerte di doni – cibi…storie che si incrociano. Avevo quasi dimenticato il sapore della mia gente del sud, me ne sono allontanata da troppo tempo, non per scelta!! Adesso sto scrivendo seduta in una vettura di 1°classe, per Milano. Ho cercato anch’io uno scompartimento vuoto o quasi, i sedili sono ben distanziati, un piccolo cenno di saluto e ognuno si immerge nel proprio angolo di vuoto! Quando si conquista il vuoto è difficile uscirne, riuscire a farsi penetrare da vicinanze. La distanza è una barriera o una protezione da se stessi?? E’ come se si avesse paura della contaminazione nelle vite altrui. Eppure siamo tutti formati da cellule – tessuti – epitelio – sangue e peluria. Quanto tempo è passato dalla consapevolezza che tutti ci apparteniamo, siamo impastati dalle stesse atmosfere emozionali. Forse dopo tanta fatica a cercare visibilità esterne e soldi spesi per creme e cure e oggetti vari … appendici del benessere pensarsi impastati della stessa materia del vicino rugoso\rumoroso\colorato … può svelare l’inganno.
Vago nei miei pensieri tra vagoni cangianti e colori e pelle e anime da attraversare. Lassù, verso nord, le cime innevate delle Alpi, mi riportano al reale e le sento amiche, anche se distanti da me.

Turbinio di foglie
Un vento insolito fa danzare
di nuova vita
giacigli
tappezzati di aree spente,
roteano sollevandosi
saltellando arrovesciate
cascanti foglie accartocciate
mescolandosi
all’improvvisa sventagliata
di pioggia dorata,
si inseguono i gialli
di betulla e ginko biloba,
incanto di volteggi
come farfalle libere..
sorridono all’albero-madre
vanno..vanno,
racchiudono nei loro attimi
una stagione
ora solo sognata,
sospirano
alle nuvole sfoggianti
abiti serali di un
argenteo bagliore
sfumato di rosa
dismesso or ora,
si rincorrono come bambini
nella loro luminosità ritrovata
nuvole..
gareggiano con le foglie..
a stupirci!

Questo bel cielo di Lombardia
Ci sono sere che questo cielo ha un richiamo irresistibile: queste luci cangianti violette-rosa-arancio-bluette che contornano le cime del monte Rosa, mentre  si rincorrono in striature di nembi  sospesi verso il baratro del buio imminente, hanno il potere di un richiamo assordante e ammaliante. Saranno le nuvolette dei pifferai?

E’ il potere di questa nenia antica, racchiusa nei colori che si spande in tutto il mio essere e mi fa vacillare nell’immobilità dell’attesa. E mentre vacillo, vago in cerca di visuali da batticuore.
Questi cieli evaporanti in albe e tramonti, questi luoghi ormai cari mantengono ancora un loro estremo riserbo, permangono nello loro chiusa architettura di condensa di estraneità, quella più profonda che ha bisogno di occhi e rintocchi non di nuovo impianto, ma di sguardi antichi, generazionali, di passaggi di testimoni, di tradizioni condivise, di reazioni concatenanti.
Li guardo, questi cieli, affascinata dal loro bagliore e vorrei scarnificarne il senso fino ad assaporarlo senza sovrastrutture ideali,  amarli nella loro nuda bellezza, ma restano spesso indecifrabili, per arroccamento di superba estraneità.
Ne posso cogliere frammenti che si depositano sulla memoria dei mie cieli marini di antico sapore, facile accostarne le similitudini e le differenze, ma le analogie sono scompensate dall’effetto della perseveranza nel tempo della memoria affettiva che rende immaginifiche le mancanze e non perdona le intrusioni.
Questo girovagare  nell’estasi degli effluvi dei colori mi porta ad assorbirne sempre di più per colmare quella lucentezza  perduta e la concavità dello spazio si  trasfigura, fino ad annullare la barriera montana e renderla piatto orizzonte.
Questa linearità ritrovata rende omaggio al desiderio perduto,ne curo la morbidezza e rotondità del gioco immaginifico, finchè  non si impone la scena del reale che mi fa sobbalzare per la sua bellezza dirompente e mi porta alla calma dell’accettazione, anche se resta quel brivido di estraneità che scuote il ritmo del giorno in una ricerca di maggior calore, che  mi spinge a girovagare senza tregua!!

Mesostico
Si parte da una parola (in questo caso ENAKAPATA) e vi si incastrano altre parole che andranno a formare una frase inerente, in vario modo, il vocabolo di partenza.

AutEntici
iNcontri
trAscinanti
KaKemoni
ChiAramente
osPitanti
ContAgiosi
aTtimi
ilAri

Sapor di pesce fragola
L’altro giorno Michele, (terza elementare) ha scritto :- Nella mia famiglia c’è una nonna Strana!- ed io rido… e loro sprizzano gioia!
Un ignaro pesce rosso danzava in coppia, in una vaschetta rettangolare, posta sul frigorifero della mia cucina:
un sabato mattina decisi di sperimentare le mie doti di pasticcera, per far gustare una buona colazione a mio cognato, fratello di Gigi, arrivato dalla Calabria per dei lavori di falegnameria. Francesco è un bravissimo artigiano e ci ha fatto una meravigliosa porta scorrevole, dividendo così la cucina dal soggiorno – entrata, nonché scala, botola e porticina per sottotetto!
Lui ha spedito il tutto col camion ed è arrivato col treno.
Quando arriva qualcuno dei miei parenti la casa si riempie di amici che passano per un saluto e per condividere lavori e… pietanze! Per cui preparo sempre qualcosa in più, non si sa mai se e quanti si fermano a mangiare.
Premetto che non tutti si fidano delle mie sperimentazioni, quando succede che è di loro gradimento, mia figlia aggiunge:- Mangiate e scordate, la prossima volta chissà cosa aggiungerà!.._
Il gruppo storico degli amici è formato dai ragazzi cresciuti con la nostra Venere, che dalle medie in poi sono parte integrante della famiglia, ma di questo racconterò in seguito, ci lega un affetto tale che ingurgitano di tutto… e son persino contenti!
Torniamo alle mie prove di alta pasticceria; mentre decido di sperimentare una torta allo yogourth, osservo lo stato verdognolo della vaschetta dei pesci rossi e decido di ossigenarli con cura. Eccoli di nuovo brillanti e saltellanti che mi osservano nelle manovre di preparazione torta.
Le mie decisioni improvvise, sono come i sogni delle “pasionarie” .-s’adda fa!!-

Oggi torta allo yogourth:
tutto da misurare con il vasetto,vediamo un po’: in frigo ho uno yogourth alla fragola” vitasnella”, beh si può fare.
Procedo:
1 vasetto di Yogourt, 1 di olio di girasole,o arachide,1 di farina,1 di zucchero,1 uovo,mezza bustina di lievito diluito in latte, aggiungere (a piacere)  pezzi di cioccolato..o noci  e tutto ciò che la vostra creatività vi fa scorgere in credenza come appetibile!
Mettere tutto nel frullatore, ungere una teglia per plum.cake.. e via in forno per circa un’ora a calore moderato. Inserisci stecchino, se si stacca puoi spegnere, lascia raffreddare il tortino.
La mia golosità non riesce a frenarsi al raffreddamento completo, per cui ne assaggio una fetta e oplà..,una seconda… una terza… ehhh, ma che sapore strano!! Sarà questo nuovo tipo di yogourth vitasnella…ma che colore strano.!!..  Sarà la fragola!
Arriva mia figlia in cucina e non vedendo il pesciolino rosso si allarma….lo cerchiamo dappertutto!! Apre e chiude cassetti, sposta il frigo. Dove sarà finito?…
Finchè non ho la visione degli schizzi d’acqua in direzione del frullatore posto sul ripiano in basso alla vaschetta…
ohh nooo!! ecco svelato il sapore strano, nooo,— aiuto sento le lische in  bocca …
Taglio un’altra fetta… ecco la sagoma quasi fossilizzata del povero pesciolino!
E’ certamente finito nel mixer, mentre ero girata a prendere un altro cucchiaio di farina, mi sembrava troppo liquida, per cui il coperchio era sollevato… ho sentito un track… ma vi immaginate le squame e che colorino strano e che sapore!
Questa avventurosa ricetta ha fatto il giro della scuola… e non vi dico i bambini come mi guardan strano!
Meno male che ancora non ho mangiato nessuno di loro!

Il Gatto Fantasma
L’ora della nanna è sempre caratterizzato da racconti letti o ascoltati e i miei due nipotini mi reclamano. Mi accoccolo nel loro lettino, dopo un acceso gioco di posizionamento:- Stasera tocca prima a me -, no, per favore nonna c’ero prima io -, li osservo divertita, finalmente il libro preferito è stato scelto e anche il primato.
Ma spesso capita che scelgono le storie che invento per loro, ieri sera Michele chiede di nuovo del “Gatto fantasma” e allora il gioco comincia.
Quando ero bambina detenevo anche ruoli da “ brigantella” , ma nello stesso tempo mi assegnavano compiti di responsabilità.
Mia nonna Carolina, gestiva il primo mulino elettrico del Paese, era situato in uno stanzone, a pianterreno, sulla via principale,lungo la salita dei nostri vicoletti e, spesso, mi lasciava a custodire il locale, raccomandandomi non far toccare le apparecchiature ai bambini curiosi.
Santinè, attenta, ca c’è a currente e si more!-
Che rumore infernale facevano i setacci, quando la nonna azionava la leva di avvio; come era diverso il suono dell’acqua che cadeva dall’alto e faceva girare una grossa macina di pietra!
Eh, già, il ricordo di quel mulino ad acqua è sbiadito nel ricordo, ma ne ho un’immagine armonica, misteriosa: quella grossa pietra che macinava il grano e il granturco, mossa dalla forza dell’acqua che cadeva dall’alto come uno scroscio luminoso; quel luogo è all’imbocco del bivio per Cittadella, lo osservo ancora sperando di veder apparire quel turbinio di acqua, ma è solo il vento dei ricordi, attimi sparsi.

-Nonna dai non incantarti!-Racconta!-
Un giorno, mentre ero di guardia al mulino, entrò furtivamente uno dei miei gatti neri e si infilò dentro gli ingranaggi, cercai di fermarlo, chiamandolo: “Conte, Conte vieni fuori…”, ma non riuscivo a vederlo più…. così decisi di azionare la leva … si alzò una nuvola di farina, insieme ad un miagolìo tremendo, Miiauuuuuuuuuhhhhh!!.
Conte era diventato bianco e scappò fuori , lo rincorsi nel vicolo, mentre gli altri bambini correvano a chiudersi in casa: ero diventata la Mugnaia del gatto fantasma!!
Così ogni volta che si avvicinavano al mulino li terrorizzavo dicendo: Mo chiamo o gatto fantasma!.

Gli zii d’america
Raccontare di questo “Viaggio” comporta uno sforzo di memoria immaginifica, le notizie che ho sono poche e frammentarie e poi sono contornate dal rimpianto dalla perdita delle persone care che nel mezzo degli anni non hanno potuto realizzare la festa del ritorno.
I miei parenti, non hanno fatto fortuna, come racconta dei suoi Valerio.
L’anno scorso abbiamo avuto notizia della morte dello zio Antonio, lo zio che desiderava ritornare nella sua Terra e che non ha avuto fortuna neanche con “Carramba”, la possibilità mediatica è sfumata per ragioni che non conosco bene.
Sappiamo che ha una moglie uruguaiana e 5 figli e poi il nulla dell’oltreoceano.
Mentre gli altri due zii Francesco e Nunziato sono rientrati anni fa a Cittadella e da qualche anno sono sepolti in quel cimitero fra cielo e mare.
La persona che avrebbe accolto senza riserve i fratelli americani era mia madre; Rosaria la prima delle figlie, nata il 21/01/1927 e che era la “mammina” di tutti quelli che sarebbero arrivati dopo. Mamma sapeva preparare il pane, usando con maestria il forno a legna sin da bambina di 7 anni, la nonna Carolina, ha avuto delle gravidanze difficili ed era costretta al riposo e per partorire dovevano recarsi a Cosenza, distante circa 90 km.
Mia madre e nonna scherzavano spesso su questo vagabondare della sua mamma,negli ultimi anni delle loro vite si vedevano ogni giorno dalla zia Ginella che curava la Nonna, nella casa del nostro vicoletto!
Ridendo la nonnina diceva. – Nella mia vita son stata proprio ‘na sfaticata!-
E mamma di rimando:- Te ne andavi sempre a spasso! Pure in città!! – poi ridacchiavano di fatti antichi e noi ascoltavamo rapite!

Arriva lo Nunziato
Dopo 15 anni dalla sua partenza, arriva la notizia di una visita dello zio Nunziato.: che fermento per la famiglia!
La nonnina Carolina non sapeva più quale santo ringraziare, si preparava ad una gioia insperata. Era il 1968, avevo 17 anni e sentivo quest’onda emotiva con tutto il carico che comportava per ognuno di noi.
Il nonno Peppino si fece carico di mandare un’auto a prelevarlo dal porto di Napoli, bisognava ripulire la casa colonica, ormai svuotata dall’allegra combriccola delle zie, erano andate spose in zone lontane, due in provincia di Modena, un’altra in una zona del reatino. Nel periodo del raddoppio della rete ferroviaria, questi ragazzi che usavano le gru per sconvolgere il rettifilo della linea a mare, conobbero queste brune ragazze del sud che odoravano di sole iodato, latte e ..i sogni d’amore si compirono!
Da giorni ero da sola coi nonni, per aiutarli nell’attesa e per sfaccendare!
Non sapevamo a che ora sarebbe arrivato, il nonno Peppo era in giro per la campagna, mi affacciavo spesso ad osservare la curva del viottolo…
Improvvisamente una sagoma, sarà Lui?
Passi sempre più vicini, impietriscono l’attesa!
Ha un borsone a tracolla, traballa sulle gambe .. si avvicina cautamente, la nonna Carolina è ora anche Lei sull’uscio, si fa avanti… Lui urla, ululando: _ MAMMA!- e le si getta ai piedi e bacia la terra, mentre quell’urlo riecheggia fino alla linea dell’orizzonte marino.
Carolina – mamma – nonna – Abuela è sommersa da quest’uomo tornato dal confine marino… la sua barba le fa il solletico e piangono e ridono come due passerotti ritrovati dopo un volo.
Ogni volta che vedo una nave all’orizzonte ripenso a quell’urlo e ai possibili voli d’anime ritrovate.
Quando vagheggiavo il possibile ritorno dello zio Antonio, mi si affacciava questa scena, immaginando la sua andatura, il suo volto, il suo sorriso, e mentre ascolto “Italiani d’Argentina” di Fossati .. rivedo i volti possibili di tanti zii d’America e riassaporo le emozioni racchiuse in quell’Urlo, mentre il cuore fa un tuffo , nel dolore che ha attraversato le nostre vite per le perdite subite!

Zio Nunziato fu ospitato dai miei per qualche mese, i nonni erano diventati da pochi anni “ Guardiani “ notturni del Palazzo del Capo e ogni mattina ritornavano al casolare di “don Saverio”.
Poi arrivò il tempo del rientro in Uruguay dello zio.
Lo accompagnammo a Napoli in pullmino, noleggiato dal nonno.
Un’esperienza straziante, ricordo che lo zio Nunziato fece salire me e mia sorella Carmelina sulla nave…le facce di tutti dall’alto erano miniature di dolore.
Quando la nave si stacca lentamente dal porto l’effetto è devastante, quei saluti interminabili, misti a richiami, promesse, raccomandazioni e quel fischio della nave nello sventolamento dei fazzoletti ha il potere di incidersi anche negli animi più avvezzi alle rudità.
Quest’impatto fortemente emotivo l’ho ritrovato nel film “ Nuovomondo “ di Crialese.
Quel viaggio, chiuso nel profondo di una nave, fra lo strazio della partenza dal porto e lo sbarco nella terra agognata, racchiude i pensieri inespressi di tanti zii.
Ho fatto vedere il film al mio papà, che per alcuni periodi dell’anno vive con me, a Varese e alla domanda se gli fosse piaciuto, mi ha spiazzato con la risposta:- Che novità, lo sapevo già che i Puvarilli partuno e soffrunu, potevi farmi vedere un film con delle belle ragazze — ( più o meno così, tralascio la coloritura!)
(Sarebbe davvero bello intessere un film,con altre storie da raccontare… magari!!).


Carramba, che sorpresa
Caro Vincenzo, nell’aprire e chiudere vorticosamente cartellette e schedari di materiali scolastici, da distribuire alle nuove colleghe, ho ritrovato uno scritto di qualche anno fa, mi sono emozionata come sempre e poi ho deciso di raccontarlo anche a voi.
È una lettera – racconto , richiestami da mia sorella Carmelina, che era stata contattata dalla redazione di “Carramba”, ricordate quello strazio di persone che uscivano dall’ombra del tempo e facevano presa sull’onda lacrimosa dell’affetto ritrovato.
Dato che sono la prima nipote, racchiudo una memoria storica della famiglia, per cui scrissi alla redazione della trasmissione, era il 1999.

Sono Santina, la prima nipote di Zio Antonio Perrone, dalla telefonata di mia sorella Carmelina, non faccio che immaginare il possibile ritorno di un fratello di mia madre, partito per l’Uruguay nell’anno della mia nascita: 1951.
Quello che mi è rimasto impigliato nel cuore è la “memoria raccontata” di questo zio sparito nelle Americhe.
Intuisco la percezione del sogno del ritorno di quest’uomo che dura da quasi mezzo secolo, ne percepisco la sete e la fame di lontananza dai suoi affetti più cari, dal profumo del pane appena sfornato, dal sapore del latte appena munto, fame di colori e odori, di riverberi di luce marina, di erba da tagliare, di fichi da seccare, di uva da pigiare, di olive da frantumare.
Come sarà quest’uomo rimasto fermo nello scatto di una foto di 50 anni fa? Avrà placato la sua fame atavica?
Mio zio Antonio è uno dei fratelli minori di mia madre Rosaria, la secondogenita di 13 figli della coppia Carolina Gaglianone e Giuseppe Perrone, detto Peppino.

I nonni lavoravano le terre di un signorotto locale, “don Mario”, erano coloni – mezzadri.
La loro casa era situata in una località bellissima, a circa 1 km dal Paese. Era una cascina ad un solo piano, dipinta di rosa all’esterno, vi si accedeva per un breve viottolo tortuoso, in terra battuta, lungo la S.S.18. La cascina era costruita su un’altura, un tipico calanco: era visibile da lontano, fra collina e mare.
Prima di arrivare alle terre a mare, dette “i macchie”, coltivate a frumento, mais, miglio, erba medica, fagioli, si attraversava il ponte della ferrovia ad un solo binario.
Nelle notti rischiarate solo da fiochi lumi ad olio, quel bagliore dei treni in corsa, apriva porte ai sogni e alle fughe da quella fame che faceva arrotolare le budella.
Per me erano immagini di favole avventurose.

Quella casa rosea è il mio rifugio antico: vi si accedeva direttamente da un portoncino centrale, verso la statale, da est; subito la stanza dove si pranzava con al lato una ripida scala a pioli, per salire in solaio e ai lati vi erano due stanza da letto.
La cucina, con focolare e forno a legna, piccola e nera di fumo era all’esterno, vi si accedeva scendendo 4 gradini, dal lato mare.
I pavimenti erano in cemento grezzo, le stanze disadorne, di una povertà essenziale, ma ricordo la felicità e il divertimento quando mi lasciavano restare dai nonni e l’euforia delle sere su quel lettone che scricchiolava di stoppie secche sul tavolaccio, con le zie che raccontavano storie di orchi e di matrigne, di lupi e stregonerie.

Nelle sere d’inverno, dopo aver munto le mucche e riordinato, ci si sedeva intorno al braciere a favoleggiare immaginarie imprese degli zii d’America, mentre nonna Carolina invocava la protezione di diversi santi e si asciugava lacrime silenziose, sospirando.
Lo zio Antonio era partito, con alcuni cugini, perchè la miseria era insopportabile e le bocche da sfamare troppe!
Spesso, quando veniva mandato a raccogliere le uova nel fienile, tornava a mani vuote e litigava con lo zio Michele per ogni boccone di cibo cosicché un giorno si imbarcò sull’Andrea Doria e dopo qualche tempo inviò una cartolina raffigurante la nave, conservata amorevolmente dalla nonna, ne sentivo l’odore dolciastro dei baci misti a lacrime, impressi dentro!

Due anni dopo la partenza di zio Antonio, anche zio Francesco e zio Nunziato presero la nave per Montevideo.
In quell’occasione, il resto della famiglia si fece “u ritratto” recandosi dal fotografo, nel vicino paese di Cetraro.
Credo sia l’unica foto ricevuta dall’Italia da zio Antonio, io e mia sorella conserviamo copie di questo evento, appese nel soggiorno di casa. Io avevo circa 3 anni ed ero abbagliata dalla luce del flash. Mi dicono che ho pianto molto per la partenza degli zii, volevo anch’io a merica!!
Ovviamente la disperazione di Nonna Carolina non è misurabile! Si è disperata a lungo per la perdita dei suoi figli, ne aveva seppellito già due in tenerissima età.
Ma le condizioni di vita di questi assidui lavoratori agricoli era di una durezza cocente, non avevano altre possibilità, altre scelte, solo l’abbandono dolorante, la fuga verso un detsino da emigrante.

Quanti anni hanno sudato su quelle avare terre del “padrone”. Coltivavano le zone pianeggianti, fra la ferrovia e il mare, e il vigneto su in collina, ma prima della Riforma agraria, il raccolto veniva prelevato per 3 parti dal padrone, poi si divise a metà.
Gli unici soldi, sempre da dividere, li ricavavano dalla vendita dei vitelli che venivano portati, a piedi, lungo la spiaggia, alla “fiera i mare”, a Belvedere.
La stalla, sempre pulitissima, ospitava una dozzina di mucche e ognuna aveva un nome, Zuccarella, Fiurinella, Rusinella, Diamantina, venivano portate al pascolo dalle zie più giovani e quando ero con loro ero stra-felice!
Le zie erano belle e ogni volta che andavano in paese ricevevano molti complimenti; la loro casa era accogliente, odorosa di pulito, di pane cotto al forno a legna e di latte e ricotta, c’era un calore e un’armonia allegra!
Il nonno Peppino ha sempre accolto tutti, quando suonava l’organetto arrivava gente dai casolari vicini, anche d’inverno, avvolti negli scialli e con la luce del lume che li guidava. Come volteggiava il nonno “capoquadriglia”! Ricordo ancora la sua voce imperiosa, “Escuntrè…dame e cavalieri” Mi piaceva tirargli i baffi e lui si divertiva a nascondermi piccoli frutti o animaletti.

La vita di questa famiglia si è snodata faticosamente in tutti questi anni, la nonna Carolina è la più forte, nonostante non si alzi più dal letto per gli acciacchi e nonostante i vari lutti che ci hanno colpito, ha sempre parole di conforto per tutti: canta ancora le vecchie litanie, ride di ogni marachella che facevo e le piace ricordarmi di quando mi sono lanciata contro il “padrone” che ci portava via i sacchi di grano appena trebbiati. Sì, gli detti un morso sul sedere strappandogli i pantaloni! Avevo circa 4 anni!
Come ridiamo! Santinè, ti ricurdi cume eri feroce? Nonnina non vede più, è il suo rammarico, non potere vedere i nuovi nati. Quando ritorno mi riconosce dalla stretta di mano e subito ride e ringrazia il cielo!

Rideva quando le legevo le lettere dei nipotio “americani”. Querida Abuela se potessero vedere quanto sei vispa e coraggiosa nel tuo spessore di 95 anni. Mi querida, dolcissima abuela! Chissà se ti sarà concesso di abbracciare questo figlio ormai ombra di vento uruguaiano! È così facile riaccendere le speranze!
Questa donna ha già avuto il dono di riabbracciare i due figli partiti dopo zio Antonio, Abuelita che emozione sarebbe per te!
Se dovesse tornare oggi zio Antonio, non troverebbe il suo “don Saverio”, non più zolle arate e sudore, ma case-vacanza e “SuperDì”. Però forse ritroverebbe il sapore dolciastro della salsedine, quel sapore che aggiungevi al pane da impastare perchè non c’era sale, aspirerebbe il sapore del rimpianto di quel mare lontano eppur visibile, di certo troverebbe le tue braccia amorevoli, desiderio di sempre, ed il sapore del ritorno sarebbe festa! Querida Abuela!

27 risposte a Santina Verta Racconta

  1. DOLARANTI
    LA DISCUSSIONE SU FACEBOOK

    A Anna Luminoso, Maria Paraggio, Giancarlo Iorio, Concetta Tigano, Lucia Rosas e Vincenzo Moretti piace questo elemento.

    Lucia Rosas
    si. un pugno santina. ho provato pure io quella perdita. e tu hai coraggio e parole x scriverla.

    Concetta Tigano
    ecco da dove viene tutta la tua forza… Santina,ti ammiro tanto.

    Santina Verta
    Cara Lucia, in qualche modo si trova sempre un lenimento per tamponare i lividi … e scrivere, per me, è come un unguento, un filamento di polvere che danza di tanti granelli luminescenti … pensieri e sensazioni che si moltiplicano. che non … sono solo quel grumo di sangue rappreso solitario, devastante … le parole – non sviate dall’abbellimento formale, anzi scarnificate … risucchiano altre immagini, si saldano a vicende plurime e distanti, età e luoghi- destinazioni infuocate di anime sui bordi del dolore … eppur vitali … ardenti, anzi più spolpate dallle apparenze, esposte, intense, vibranti calore e sogni.
    ed in questo sogno delirante calore che spero si accendano le energie di quanti sono pressati dal male e trovino una scappatoia possibile, una tregua d’amore? Boh!

    Santina Verta
    Concetta … siamo tutti arcobaleni feriti, in misure diverse, ma ognuno con la sua forza … senza eccedere! Siamo tutti generatori alternati! Talentuosamente affettivi! un bacione!

    Concetta Tigano ogni volta che leggo tue cose … ci entro dentro, mi emozionano, mi incanti …

    Santina Verta
    Grazie. Qualcuno di voi ha notizie di Angela?

    Concetta Tigano
    io no … come te, ho pensato a lei spesso

    Stefania Bertelli
    la vita è proprio incredibile: dà e toglie! e coloro che ci danno le maggiori gioie possono darci i dolori più strazianti!
    onaCaricamento in corso …

    Maria Paraggio
    A certi dolori non c’è mai fine

    Dedè Ovvero Adele Gagliardi
    carissima Santina ho iniziato a leggere il tuo racconto che mi ricorda tanto la notte santa di Guido Gozzano, ma poi mi sono dovuta fermare, con gli occhi lucidi non ci riesco bene, ma ci tornerò ancora ed ancora, finchè l’avrò letto tutto, eh sai certe cose così sincere e spontaneee che hanno il sapore di una vita vissuta con amore mi commuovono: sei una bellissima persona,un bacione.

    Santina Verta
    Grazie Dedè,un abbraccio! ..e scusatemi, ma mi è uscito così di botto e le vostre “coccole” sono come un balsamo!

    Anna Luminoso
    Cara Santina mi emozioni sempre, mi commuovi e mi sento onorata di conoscere una così bella persona.

    Santina Verta
    carissima Anna, mi emoziono anch’io … che grande fortuna avere amici intrisi di trine delicate … sorrido alla vita! Grazie!

    Sara Antiglio
    Non riesco a trovare parole migliori di chi mi ha preceduto per commentare questa comunanza di intenti e di sentimenti … per la nostra cara Angela, per le belle parole di Santina, per il calore che questo mezzo di comunicazione, che ho sempre giudicato freddo e insensibile, riesce invece a veicolare … grazie a Santina, a tutte voi e a fb che ci ha fatto incontrare!!!!

    Santina Verta
    Grazie A Te Sara, è bello creare comunanza, restituire a noi stessi quell’antico fuoco di verità multiple che ci attraversano e che, spesso, vivono sottotraccia, per incapacità nostre o per disattese risposte. Qui ho trovato casa e respiro che solleva! Un abbraccio collettivo!

  2. 1968

    Era il millenovecentosessantotto.
    Bambina e non donna
    senza trucco e belletto
    sedetti nel banco di alunna
    per studiare a capofitto.
    Sola, estraniata senza amiche,
    per le mie calze corte finii per essere notata.
    Non ero di città, ben si vedeva
    ma dopo un po’ fui accettata.
    Slogan, striscioni, scioperi ad oltranza
    pure la scuola cambiò
    e la donna a vivere da Donna cominciò.

    Maria Paraggio

  3. A Santina per “L’anno dei treni verso il nord”
    Cara Santina, anche il mio primo viaggio verso il Nord l’ho fatto da sposa.La prima volta, dopo la promessa, in treno in compagnia di mia madre: non era ammissibile che prima del matrimonio, potessi andare a casa del fidanzato da sola, per preparare quel piccolo monolocale ad accogliermi da sposa.Fu un miracolo salvarci dalla strage di Bologna. Se avessimo preso il treno successivo per tornare a casa, non starei qui a raccontare. La seconda volta, dopo il matrimonio, in automobile, con mio marito.Era settembre del 1980 Che viaggio avventuroso! Avevamo caricato la nostro Fiat 128 fino a toccare quasi con i cerchioni l’asfalto. Ci portavano un pò del Sud con noi ( pomodori, verdure varie e altro che puoi immaginare). Giunti nei pressi del casello di Milano, la macchina cominciò a cacciare fumo dappertutto. Fummo costretti a fermarci per ore, ma trovato un telefono pubblico, tranquillizzammo i nostri che eravamo a casa sani e salvi ( tanto non avevamo neanche il telefono, come avrebbero potuto verificare). Insomma arrivammo verso le tre di mattina e,dopo aver scaricato la macchina a quell’ora, trasportato tutto al quinto piano, mio marito aveva fame e cucinai i bucatini. Il giorno dopo ci guardavamo tutti con l’aria di dire ” Sono arrivati i terroni”.
    Sei bravissima Santina. Hai una scrittura che coinvolge , fa provare le emozioni tue e rivivere le proprie

  4. Santina! che bello questo racconto su rotaia… la sensazione del mondo che scorre all’esterno, dei nostri ricordi che attraversiamo come un passaggio in treno. LA campagna, gli zii, i riti propiziatori e poi via… verso il futuro, con dentro un bagaglio che ci rende quel che siamo. I viaggi in locomotiva non sono come gli altri, mi sembra che a volte ti regalino il tempo per pensare al “panta rei”, per renderti conto dall’esterno delle tue scelte, come se le vedessi per la prima volta scorrere da quel finestrino, come se la natura ti si presentasse veramente per quel che è, più grande di te, ingovernabile e amaraggiata dal cemento e dall’ingratitudine umana. Il viaggio sulla flam, la ferrovia norvegese, mi ha insegnato che sono una persona che si commuove di fornte alla vastità di mari, laghi e montagne e che sono anche una persona che con un sorriso affida i propri ricordi al vento, affinché continuino a soffiare per molto e molto tempo. Grazie Santi.

  5. A Santina per “Passaggi in treno”

    Ho scoperto così che le similitudini tra Molise e Calabria, tra Morrone del Sannio e Cittadella sono davvero tante, compreso Sante Martine, come augurio buono per tutte le stagioni.
    Hai una prosa, che descrive le cose, le circostanze e le emozioni con raffinati tocchi pittorici.Davvero una grande prosa.Spiegami la spiga rossa: è semplicemente di buon auspicio o ha un “precoce” significato ideologico e politico?

    • Caro Giancarlo, il tuo racconto mi ha dato la scossa, tanti momenti di quella vita agreste, del modo di vivere corale,degli scambi fra famiglie vicine e parenti, quel calore immediato della condivisione di quell’unico cibo, quel tocco di arguzia e saggezza, quelle credenze magiche, quell’affidarsi agli eventi naturali, quella povertà essenziale che non ha mai prodotto questua, ma dignità e ardore,senso di appartenenza inconscia a quel rosso di classe…
      ne trovo tracce nel mio modo di essere impavida di fronte al Potere, di sfidarli sul terreno della conoscenza.Quella spiga rossa mi fa davvero pensare ad un evento magico-rivoluzionario, unica in mezzo a tenti grani gialli, festosa, sacra,fuori dal mucchio a dare speranza di tolleranza dei mille disagi, se ci penso è immediata la valenza simbolica -ideologica, anche se i miei erano guardinghi e silenti verso i padroni. Solo nel periodo finale, quando non volevano dar loro il dovuto, abbiamo molto faticato, io e gigi, a porteli in sindacato…
      ma ritorniamo a quei momenti dei raccolti, della trebbia e infin del “padrone” che veniva a controllar i sacchi da prelevare… nella calura e nell’odore di paglia e granelli dorati, quest’uomo di città, vestito come un attore … subì la mia furia, a detta degli zii, che ridono ancora al ricordo,avrò avuto circa 5 anni, mi scagliai contro di lui e gli detti un morso ai pantaloni..strappandoli!
      Sarà stato l’effetto della spiga rossa?! Ahhhh
      ( Ti racconterò delle magare..ciaooo e grazie
      per gli apprezzamenti, direi reciproci! )

  6. Del tuo ultimo racconto non può colpire la forma , ma colpisce la sostanza: il dolore.
    Ci si augura leggendoti che trovare “le parole per dirlo” possa aiutarti a placarlo.

  7. Su Facebook

    Angela Martinengo
    Grazie!!!

    Viviana Graniero
    Santina, sei veramente speciale…e non sai quanto ti sono grata di aver messo una piccola toppa su uno strappo che non sono in grado di ricucire. ♥

    Santina Verta
    ecco… che strano, nel momento stesso che ho spedito questo scritto, ho provato un misto di pudore perchè il tema della morte è traumatico, ma nello stesso tempo sentivo la necessità di condividerne il peso con voi amici elettivi, sapendo… di sfiorare corde comuni che ci attraversano come saette è non sempre facile, mascherare il dolore intimo, a volte è come un ruscello in piena, “una fiumara”, altre volte ha un decorso lento e insinuante che invade gli spazi apparentemente normalizzanti, che dire ..mi capita di piangere in un supermercato.in uno di quei non-luoghi, dove la gente sembra felice, basta una canzone si sottofondo per trascinarmi via, eppure sono forte, soprattutto quando tento di consolare gli altri..ma il nocciolo è che mi sento inadatta!
    Ma è proprio quel senso di inadeguatezza che devo sconfiggere, scrivendone limo un po’ il livido e sentirmi affiancata da persone intense come voi, mi scalda. Grazie! Un abbraccio!
    @ Vivì, bacio!Mostra tutto

    Angela Martinengo
    Io ho visto una Santina assolutamente innamorata del suo uomo !! Ci ho letto un dolore estremo, difficile, drammatico.. ma poi ho visto l’amore immenso che legava e lega queste due persone.. l’ amore che condividevano su ogni cosa e si mi s…ono commossa ma soprattutto per questo completamento che c’era e c’è tra loro.
    L’innamoramento che non è fnioto ma che rimane ed è vivo in una donna che vive con passione e corporeità tutto quello che gli sta intorno, anche questo amore che apparentemente non c’è più ma è lì vicino,stimolante.

    Cinzia Massa
    Ho pianto. Ho rivissuto quei momenti con te, la corsa contro il tempo,la distanza, l’assenza.Grazie per averci resi parteci di questo struggente e delicato momento. Grazie per averci permesso di entrare in un pezzo così intimo della tua vit…a. Ci restiamo in punta di piedi rispettando il dolore e ammirati da così tanto amore.
    Sei straordinaria Santina!

  8. A Santina per Potenza-Foggia.
    La tua marcia in più è la capacità di descrivere il mondo esterno e il mondo interno, quello delle emozioni, come se fossero fusi e inscindibili:quello che vedi ha un puntuale riscontro in quello che ricordi, così la tua visione non è mai passiva ma un’occasione diversa di volta in volta per evocare sensazioni e stati emotivi.
    Questa è una capacità rara.
    In Potenza-Foggia si rileva in modo particolare,così come il magnetismo che attira i tuoi compagni di viaggio, perchè evidentemente emetti dei segnali di disponiblità all’ascolto che vengono captati da chi ti incontra. Giancarlo

  9. La tua marcia in più è la capacità di descrivere il mondo esterno e il mondo interno, quello delle emozioni, come se fossero fusi e inscindibili:quello che vedi ha un puntuale riscontro in quello che ricordi, così la tua visione non è mai passiva ma un’occasione diversa di volta in volta per evocare sensazioni e stati emotivi.
    Questa è una capacità rara.
    In Potenza-Foggia si rileva in modo particolare,così come il magnetismo che attira i tuoi compagni di viaggio, perchè evidentemente emetti dei segnali di disponiblità all’ascolto che vengono captati da chi ti incontra.

  10. Cara Santina,
    adoperi le parole in modo mirabile. Ci commuovi e ci fai sorridere con i tuoi versi e le tue storie. Un devoto pensiero al pesciolino rosso.
    Anna

  11. il cielo ha sempre dei colori magnifici, basta alzare lo sguardo. ricordarsi di guardarlo.
    i cieli di lombardia x me diventavano belli quando la foschia saliva dal lago maggiore e cancellava angera. quando lago e cielo diventavano una cosa unica: io piangevo, non c’era l’odor di salmastro della mia amata liguria.

  12. Cara Santina, questo scritto è di una poeticità unica.
    Si sente il cuore nelle tue parole.
    Sai, Santina, appena sposata ho vissuto a Milano e lì é nata la mia prima figlia. Subito dopo mia sorella ha avuto l’incarico come professoressa di matematica e si è trasferita in provincia di Varese. Ero felice di non sapermi più sola ma neanche dopo un mese mio marito ha avuto il trasferimento qui al sud.Siamo tornati a casa ma almeno due volte all’anno salgo su a trovare mia sorella e mia madre. Dal terrazzino della mansarda si vedono bene le cime del Monte Rosa. Alla vista di quel cielo, di quei colori provo le tue stesse sensazioni ma non saprei descriverle così bene come hai fatto tu. Mi hai emozionato, amica mia!

  13. Grazie Santina per il bellissimo racconto che hai voluto condividere con tutti noi. L’ho letto tutto d’un fiato, ritrovandoci molto anche della mia famiglia. Non ho potuto fare a meno di pensare ad uno zio paterno partito quindicenne per l’Argentina, alla disperazione di dover lasciare gli affetti più cari ed il luogo natìo, ma anche la speranza, grandissima, di un fututo migliore. Chi torna “al paese”, però, è come sdoppiato, non è più del posto da cui è partito ma non è neanche di quello che ha trovato…
    E, poi, ogni volta che sento al telegiornale o leggo sui giornali notizie sugli immigrati e sul difficile, ma necessario, processo di integrazione penso ai moltissimi italiani che nel secolo scorso hanno lasciato l’Italia per andare a lavorare all’estero, a come venivano trattati (male), a quanto dovevano sudare per guadagnare qualcosa, a come alloggiavano, a come venivano additati sul posto di lavoro. Me lo racconta sempre mio padre della difficile realtà degli emigrati in Germania, di quanto lo facesse soffrire essere trattato male solo perchè italiano. Di quanto dovesse lavorare molto di più per far vedere il proprio valore…

  14. i racconti di santina hanno il biondo del grano e l’azzurro del mare; la struggenza dei migranti, l’innocente freschezza e la meraviglia di chi, a dispetto di tutto, conserva in sè inalterati quei Valori antichi ma assolutamente necessari per sopravvivere a questa vorticosa modernità. tenera e coinvolgente :)

  15. Immagini che scorrono nitide ai miei occhi, come di gente a me nota! Ti leggo, ti ascolto e mi approprio del tuo vissuto. Amo seguire la bimba con la capretta che va ai campi, che fa capriole sul materasso di stoppie secche dei nonni, che, curiosa, indugia a scrutare gli adulti, per apprendere il mestiere di vivere! E ti vedo ancora al porto di Napoli, sulla nave con lo zio d’America, mentre le note di un canto dolce e amaro vibrano nell’aria “Partn e bastiment per terre assaie luntan”! Non ci sono solo Napoletani, ma tanta gente del Sud, attratta dal miraggio di un posta al sole. L’Andrea Doria…, in una cabina, forse proprio accanto a quella del tuo parente, c’è Giannina Russo, la mia cara, piccola Giannina, amica di collegio, che gli abissi dell’Oceano vollero con sè!

  16. C’è un tempo in cui soffia un’atmosfera che riscalda l’anima e i pensieri escono come ubriacati da tanta benevolenza!
    Questo comunicare sensazioni – emozioni – riflessioni – proposte fra il serio e il divertente… questo tempo che dà uno spessore accogliente e condiviso ad ognuno ..
    questa esplorazione di volti e luoghi sconosciuti che diventano ” nostri”, tracce di antiche percorrenze…
    questi fili da riannodare nelle vicende di vite personali che racchiudono memorie collettive…
    Tutto questo e molto altro ancora sta accadendo in questo Blog per la lungimirante visione di Vincenzo, interprete generoso delle nostre più riposte esigenze di contatto autentico. Grazie!
    Grazie per l’empatia che circola fra il gruppo e per stimolarmi ancora in questo viaggio dentro la scrittura. Grazie ad ognuno di voi..un abbraccio !

  17. Santi, ti porto nel cuore… ma davvero, profondamente, pur avendoti vista una sola volta. Ci hai regalato le tue storie con altruismo e trasporto, ce le hai fatte vivere attraverso i tuoi splendidi occhi di mare, due stelle brillanti. Raccontane altre, raccontacene ancora, donaci questi pezzi della tua vita che somigliano a romanzi, ma che sono persino più belli.

  18. Una bella storia che odora di salsedine e di pulito. La vita era sforzo, impegno; ma quale immenso piacere era viverla. Oggi purtroppo non è così attendiamo, reclamiamo, strilliamo, pretendiamo senza saper che il sapor del vivere si assapora solo nello sforzo.

  19. Mio suocero era benestante ma, vuoi la guerra, vuoi investimenti sbagliati, si trovò con una moglie e un figlio e senza proprietà e senza lavoro. Fu costretto allora ad emigrare in Venezuela. Partì con la nave per un viaggio interminabile. Mia suocera si ritrovò sola e con un bambino piccolo. Mio marito ricorda quei tempi ancora con dolore per il distacco del padre. Lì in Venezuela si guadagnava bene ma troppo forte era la nostalgia e il desiderio della famiglia lontana. Così decise di tornare in Italia dove, forse, il guadagno era poco ma l’amore era tutto. Che gioia vederlo scendere dalla nave e stringerlo di nuovo. Era tornato in tempo per il sesto compleanno di mio marito.
    Ieri sera, chiacchierando a tavola , mio marito ha raccontato quei momenti a mio figlio che l’ha ascoltato commosso. Alcuni anni fa, proprio riguardo a quella partenza, di cui mio marito avverte ancora il dolore, composi questi versi

    L’emigrante

    Avevo sei anni e son venuto al porto.
    La mamma mi stringeva forte la mano mentre ti salutava sventolando il fazzoletto.
    Non capivo perchè tante lacrime, tanta tristezza.
    La sera aspettando il tuo ritorno dalla piana, la candela si consumava invano.
    Allora ho capito che l’America era troppo lontana.
    Che gioia la voce del postino che chiamava fischiando dalla piazza.
    Finalmente la mamma ha sorriso, e ha messo il vestito più bello.
    Sono venuto al porto e ho sentito tuonare il bastimento.
    Ti ho visto scendere e gridare: Italia mia.
    L’America è qua, moglie mia.

  20. Meraviglioso racconto. Ho immaginato visivamente i personaggi, da te descritti in modo magistrale. La prima cosa che ho pensato è che l’emigrazione nel continente americano o australiano spesso à stata una separazioe a vita, dolorosa ma quasi inevitabile per le condizioni economiche del nostro paese specie dopo il conflitto e specie per i braccianti.
    La seconda cosa che ho pensato che se ne potrebbe fare un film. Sarebbe un grande film. Le parti intense e drammatiche le girerei in bianco e nero, le parti allegre a colori La quadriglia di nonno Peppino è da Oscar!Bello!

  21. Cara Santina, il tuo bel racconto schiude confronti con due storie di emigrazione della mia famiglia, che ha almeno sedici sedicesimi di lombardità.
    Una zia della mia nonna paterna, Antonia Gervasini, nata in viale Aguggiari, emigrò a seguito del marito, tale Poletti, che veniva dall’altra sponda del lago Maggiore. Lo seguì a fare lo spaccapietre nel Vermont. Fece studiare il figlio Charles, che divenne un noto avvocato. Arruolato in guerra, Charles divenne governatore della Sicilia occupata, poi governatore di Roma subito dopo l’ingresso nella capitale delle truppe americane. Il suo ufficio era in Palazzo Venezia, fino al 25 luglio residenza di Mussolini. Membro del Partito democratico, nel dopoguerra fu governatore dello Stato di New York e, al termine di questo mandato, presidente della Fiera mondiale di New York. E’ morto nell’agosto 2002, all’età di 99 anni. E’ venuto più volte in Italia a trovare mio padre, cui era molto legato. L’ultima volta che l’ho visto, insieme con altri parenti, è venuto anche per salutare mia madre, qualche anno dopo la morte di mio padre. Era affabile e simpatico, rideva spesso, fumava Kent in continuazione. In occasione delle sue visite, tutta la famiglia e i parenti paterni erano in fermento. Era un fiorire di inviti e pranzi: da noi, da mia nonna, dai prozii. Mia madre andava a comprare appositamente per lui dal droghiere Bianchi una bottiglia di whisky americano.
    Il fratello di mia nonna, Vittorio Olivares, discendente di una famiglia venuta qui dalla Spagna ai tempi della dominazione spagnola a Milano, di orientamento socialista, dopo il 1925, pur senza correre rischi personali, preferì lasciare l’Italia per la Francia. La moglie e i figli rimasero ad Azzate. Si recò a Les Sables d’Olonne, sulla costa atlantica, tra Nantes e Bordeaux, e in breve volgere di tempo da muratore divenne capomastro, e da capomastro titolare di un’impresa edile. Fatta fortuna, dopo quattro anni decise di tornare, e proseguì nella sua attività fino alla morte, nell’estate del 1968. Ho amato molto lo zio Vittorio: era dolce, premuroso, generoso, ma venato da una tristezza profonda: nel 1953 aveva perso il figlio, Mariuccio, in un incidente in Vespa a nemmeno cento metri da casa, mentre rincasava dal lavoro. La moglie aspettava un bambino, che è stato chiamato Vittorio.
    Racconto tutto questo per ricordare che fino a tutti gli anni ’20 anche la provincia di Varese, costituita nel 1928, e lo stesso capoluogo, unificato proprio in occasione della nascita della provincia e subito demolito dal fascismo nel suo antico centro storico, è stata terra di emigrazione: verso gli Stati Uniti e la Francia, in modo particolare, ma anche verso l’Argentina. A me è stata trasmessa tanto la memoria dei sacrifici patiti da questi parenti, quanto quella dei successi da loro conseguiti. A Ellis Island ho pianto, trovando inciso il nome della mia prozia lungo le balaustre prospicienti il fiume Hudson, proprio davanti all’isolotto della statua della Libertà. Sono stato anche a Les Sables d’Olonne, a cercare una casa costruita dallo zio Vittorio; la mamma ne aveva una foto, con lui in abito da lavoro e un fazzoletto annodato attorno alla fronte, ma non l’ho trovata.
    Oggi i varesotti hanno dimenticato questi frammenti dello loro remota storia collettiva; eppure potrebbero andarne orgogliosi, perché dimostrano la loro intraprendenza, la loro capacità di sacrificio, l’intelligenza delle loro strategie migratorie. Intraprendenza, sacrificio e intelligenza che oggi possiamo riconoscere anche in buona parte dei migranti di oggi che vivono qui, anche se oggi è infinitamente più difficile fare fortuna, avere successo, perché il contesto economico generale è assai sfavorevole e fa spazio più al sacrificio che all’intraprendenza e alla laboriosità, e l’accoglienza è sicuramente peggiore, anche se sappiamo quanto hanno dovuto patire i nostri migranti prima in Francia – ad esempio ad Aigues Mortes – e poi negli Stati Uniti. Avremmo modo, preservando questa memoria, di capire meglio i nostri nuovi vicini, e capire quale opportunità siano per noi i loro figli, italiani figli di genitori nati all’estero, come a me piace chiamarli.
    Non so se i parenti di Santina hanno fatto fortuna in Uruguay. Forse sì. Lo auguro se non altro a Santina, perché possa essere ancora più fiera di loro, e per loro tramite di sé. Forse però non è andata bene, perché altrimenti avrebbero dato notizia di sé, come di solito fanno tutti i migranti quando possono mostrarsi con orgoglio a chi è rimasto. Queste tracce perdute nei legami reali, ma che restano come tracce profonde nei vissuti familiari e individuali, non sono patrimonio esclusivo del Sud. Anche il Veneto, anche la Lombardia, anche il Varesotto le trattiene, ma in silenzio, senza condivisione. Un po’ per il nostro antico pudore, e oggi, nel degrado della civiltà lombarda – una civiltà insieme contadina, operaia e borghese; alpina, prealpina e padana; colta e popolana -, forse un po’ per il suo mutarsi in inconscia vergogna di sé e dei veleni che molti riversano fuori di sè con il leghismo, un male dello spirito, il male più antipadano e antilombardo e antisettentrionale che poteva affliggere queste zone, la mia terra.

  22. Santina, è un racconto emozionante. Conosco i posti di cui parli, ma sono quelli di oggi, che pure mi affascinano e mi lasciano una nostalgia profonda, ogni volta che me ne allontano. IL tuo linguaggio è così comunicativo che mi sembra di sentire le voci, le emozioni, la sofferenza, gli odori e sapori di cui parli.
    Ti prego, racconta ancora

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