Simona Enakapata Salvatore

by Matteo Arfanotti

by Matteo Arfanotti

Lo so che già ve l’ho detto, ma io sono nato davvero con la camicia. Da domenica ho il titolo del nuovo post, “Pà, e a te ‘a zanzara quando te pogne”, e so anche quello che ci devo scrivere, ma non ho avuto il tempo, la testa e il cuore giusti per farlo. Stasera avevo deciso di farlo, ma  avrei trovato il tempo, forse la testa, ma non il cuore.
Invece accendo il mio Mac e guardate che trovo, la recensione a Enakapata di Simona Salvatore. Giuro che non l’ho letta, sono così felice che l’abbia scritta che devo prima pubblicarla e poi la leggo. Eccola dunque. Buona lettura.

Ciao Vincenzo,
non sono esperta di recensioni, ma questa te l’avevo promessa ed è davvero sentita! (scusa se la metto qui ma sulla bacheca di enakapata, non so perchè, non me la prendeva).
Se non ti dispiace, e sempre che ci riesca, la metto anche in “libri che passione”.

ENAKAPATA, contrazione naponica (napoletana-nipponica) dell’espressione in voga tra i giovani partenopei “è na’ capata” – letteralmente è una testata, vale a dire è qualcosa di straordinario, qualcosa che colpisce – è il diario, resoconto del viaggio da Secondigliano a Tokio presso il centro di ricerca Riken, compiuto da Vincenzo, professore di Sociologia dell’organizzazione presso l’Università di Salerno e da un accompagnatore-assistente speciale, suo figlio Luca, studioso di fisica e di culture orientali, nonché bassista del gruppo napoletano Motor Sound.
L’obiettivo è quello di analizzare, attraverso una serie di incontri ed interviste, l’organizzazione della ricerca scientifica in Giappone. Sullo sfondo della capitale giapponese, da un lato “cervelli” mondiali del calibro di Piero Carninci, lo scienziato leader di Fantom 3, consorzio internazionale di scienza, Ryoji Noyori, presidente del Riken, nonché premio Nobel per la chimica nel 2001, Franco Nori, esperto di nanoscienze, Akira Tonomura, fisico eletto membro della Japan Academy, dall’altro i parenti (“la sacrada famiglia”) e gli amici napoletani (“guest and friends”)con i quali la comunicazione resta sempre accesa grazie ad internet (Skype, mail, chat), ed infine una serie di pittoreschi personaggi della periferia napoletana (“quelli di Secondigliano”), Zia Concetta, Don Peppe detto Testolina, Pippone, Gennaro detto Topolino, evocati qua e là grazie alla serendipity (trovare qualcosa di inaspettato e sorprendente mentre si stava cercando tutt’altro).
Grazie a questo libro, scoperto in via del tutto “serendipytosa” attraverso l’@mico Vincenzo, mi sono piacevolmente imbattuta nella serendipity (quanti incontri serendipitosi facciamo nella nostra vita e non lo sappiamo: un amico, un libro, un nuovo amore…), ho respirato la “shinsetsu”, ossia la tipica ospitalità giapponese (mi ha colpito il fatto che se chiedi per strada un indicazione loro ti ci accompagnano fisicamente…che bello!), ho capito qualcosa in più sul funzionamento della ricerca scientifica, su quanto purtroppo si investa poco nel nostro paese malgrado le preziose risorse umane di cui potremmo disporre, ho conosciuto sapori nuovi della cucina giapponese (la ricetta finale di Luca del “ramen” voglio assolutamente riprovarla), ma soprattutto mi ha intenerito la complicità e l’amore filiale di Luca per il padre Vincenzo.
Già dalle prime pagine, prima scherzosamente lo massacra paragonandolo ad un “cingolato che quando si mette una cosa in testa è pressoché impossibile fermarlo” ma poi precisa che questo cingolato “ha anche la marcia indietro…e quando ha torto non è che te lo fa capire, te lo dice proprio, ti chiede scusa e anche questa non è una cosa da poco …. Da un lato ti dice che bisogna fare le cose bene perché è così che si fa, dall’altro ti spiega che possiamo definirci uomini perché moriamo e perché sbagliamo, che il punto non è il risultato ma quello che facciamo per arrivare al risultato”.
Infine, Luca prova a tracciare un bilancio di quello che resta alla fine del viaggio e così conclude: … “un mese passato con papà che, come il vino, più invecchia più è buono, anche se gli aumentano le ansie”.
Giunta al termine di questa meravigliosa lettura posso semplicemente ribadire che davvero “E’ na’ capata”!

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