Deborah Capasso de Angelis says

by Matteo Arfanotti

by Matteo Arfanotti

Ho letto di emozioni, di sensazioni, di domande, di risposte, di ansia, di paura, di senso d’inadeguatezza, di gioia, di nostalgia, di soddisfazioni, di stupore, di amore, di ricordi, di volti, di luoghi sconosciuti, di luoghi noti, di notti insonni, di cose non dette, di cose non fatte, di cibo buono, di sapori amari, di dolci, cappuccini, letti stretti e corti, di scienza, di lavoro duro, di tecnologia, di scoperte sensazionali, di belle persone, di cervelli sublimi, di un giovane musicista, della sua chitarra, di fiori di ciliegio, di inchini, di treni puntuali, di novità, di risate, di qualche lacrimuccia.
Ho letto di uomini che non saranno mai caporali, di gente fantastica.
Adesso leggo il mondo anche con queste parole e sono più ricca.
Ho letto Enakapata!

Per indi poi

Auguri papà

Ciao pà,
se fossi stato da queste parti oggi avresti compiuto 80 anni e invece se non fosse stato per quella tua foto con la dedica a mamma, riemersa per caso mentre cercavo un notes dove segnare qualche appunto, forse non me ne sarei neanche ricordato. O forse si, chissà.
Ci sono tante cose buffe in questa faccenda, ma quella più buffa di tutte è che io non credo che tu possa sentirmi, non credo che ci sia un’altra vita, non credo alla trasmigrazione delle anime, non credo, punto. Anzi, no, c’è una cosa più buffa ancora ed è che sei stato tu a farmi capire che non credo. Tu non lo puoi sapere, ma è stato  il giorno del tuo funerale, sono arrivato alle 7.00 e ti ho trovato adagiato, nudo, in attesa che ti vestissero e ti componessero nella bara, su una lastra di marmo nella camera mortuaria.
Pà, te lo giuro, ho desiderato con tutte le mie forze di poterti rivedere un giorno da qualche parte e di poterti dire, come dice Trinity a Neo (lascia perdere, è un film, che anche a me Luca me lo ha dovuto spiegare venti volte per farmelo capire bene) quanto ti ho amato e quanto sei stato importante per me, con quel tuo carattere assurdo, prepotente, generoso, premuroso, orgoglioso, gentile.
L’ho desiderato tanto che mi sono dovuto fermare perché mi sembrava di morire, ma niente, ho pensato è andato, non lo vedrò più,  ha finito il suo giro.
Lo so, se tu adesso fossi qua diresti, “ma allora tu mò che bbuò a me?”, niente,  non voglio niente, quello che mi hai dato mi basta per 10 vite, voglio solo dirti che nonostante tutto non mi sono rassegnato all’idea che, come diceva un altro Pascal, con la “c”, non con la “q”, “qualche palata di terra sulla testa, ed è finita per sempre”, e allora ho cominciato a raccontarti, nelle mie chiacchiere, nei miei blog, nei miei libri, ed è così che sei finito qui.
Il fatto è che qui ci sono altre persone incredibili, alcune le hai conosciute, come Carmela, l’amica di Nunzia, Irene e Valeria, le figlie di Emma, Flavia, la tua nipotina preferita, altre non ti hanno conosciuto, come Concetta, Daniele, Santina, Adriano, Viviana e tante/i altre/i, altri ancora neanche io li conosco, e tutte/i  hanno cominciato a giocare assieme a me e hanno reso questo gioco bellissimo e  per me indimenticabile.
L’altro giorno su Sottolineato del mio amico Adriano Parracciani ho scritto una frase del mio amico Salvatore Veca, “non deve mai essere come se tu o io non fossimo esistiti per niente”, pensavo a te, a tutto quello che ci hai lasciato, e ho voluto condividerlo con i miei amici. Si lo so che tu non avevi bisogno di tutto questo, che eri pieno di amici che ti volevano bene; ne avevo bisogno io, e sono contento, di più, felice, di averlo fatto.
Per indi poi, come dicevi tu, oggi io, Antonio, Gaetano, Nunzia  e un altro bel pò di belle persone brindiamo ai tuoi ottantanni. La bottiglia è quella che ho messo qui a fianco, ci ho messo anche la tua etichetta, così caso mai puoi prenderne un sorso anche tu, che se il vino non era quello che facevi tu neanche lo prendevi in considerazione. Sì papà, diciamolo, perché altrimenti qui sembra tutta una storia mielosa: tu tineve nà cazz ‘e capa tosta che neanche a martellate ti si faceva cambiare idea. Vogliamo dire di quando ti sei spaccato la testa sotto l’inferriata che stavi pitturando e ti sei disinfettato con l’acqua ragia perché bruciava? O dei mesi di luglio alle 2 di pomeriggio con 40 gradi e tu al sole con il motozappa? Meglio che mi fermo qui, altrimenti …. si scopre che io tengo ‘a capa tosta peggio ‘e te. Per fortuna che tu il blog non ce l’hai, ma nel caso ti dovesse venire voglia, ti suggerisco di chiamarlo così, “per indi poi”. Mi dà una proiezione verso il futuro che mi  piace.
Tanti auguri, papà.
Alla prossima.

Tanti auguri papà

La foto, baffo malandrino, sguardo sorridente, giacca rigorosamente listata a lutto per la morte  dei suoi genitori,  l’ho ritrovata mentre cercavo un notes dove scrivere qualche appunto per domani.  E’ poco più grande di una foto tessera, più o meno delle dimensioni che potete vedere qui a fianco.
Davanti, nel triangolo bianco, questa scritta:
T’amo – impassitamente – sono il tuo quore che sembre ti ama, indimendicabile amore – tesoro felicità eterna. Pasquale. T’amo.
Sul retro, la città, la data e il seguito:
Chiedi – 14 – 2- 952
Dona Cotesta fota alla mia più grande Amore che sempre mi sognio è mi vuol bene fino alla morte! Ed io sono il tuo Amore che ti voglio sempre bene è ti sognia ti penso ti Ama.
Moretti Pasquale
Baci – Baci – Baci – Baci.

Ho cominciato a ridere, poi a piangere, poi ancora a ridere, ma sempre di gioia. Ho pensato a Totò, ad Anna Magnani, ad Amedeo Nazzari. Ho pensato la pubblico, è troppo bella, la foto con la dedica di papà a mamma. Ho pensato no, non si capisce, e poi magari chi la legge ride, e a me mi dispiace. Ho pensato ma sì, è l’amore di un uomo per la sua fidanzata,  che fa che Chieti diventa Chiedi, che gli accenti sembrano buttati dall’alto con l’elicottero, che la grammatica …., magari avviso tutti che non devono ridere. Ho pensato ma no, e che fa che ridono, in fondo hanno ragione, sto ridendo come un pazzo pure io. Ho pensato ma sì, se  papà fosse vivo domenica prossima compirebbe 80 anni, saremmo tutti attorno a lui, a dirgli quanto gli vogliamo bene. Ho pensat ma si, si, tanti auguri papà, vuol dire che domenica ti festeggeremo lo stesso. Magari faremo un brindisi. Ma sì, sì, perché magari.  Faccio proprio così.  Compro lo spumante, riempio i calici e ti ricordo come quella volta su La casa dei diritti:

A mio padre
al suo amore esagerato,
alla sua cura per l’amicizia,
al suo disprezzo per il denaro.

Sì, faccio proprio così.
Tanti auguri papà.

Laozi, Socrate, Zhuangzi

Laozi
Sapere di non sapere è la conoscenza suprema.
Non sapere credendo di sapere è la malattia.
Riconoscere la malattia come malattia,
questo è non essere malato.
Il saggio riconosce la malattia come malattia,
per questo non è malato.

Socrate
So perché so di non sapere

Zhuangzi
La conoscenza degli uomini dei tempi antichi raggiungeva il culmine ultimo. Qual’era il culmine ultimo della conoscenza? Riconoscevano che non esiste altro che il nulla. Quello in verità è il limite ultimo oltre il quale non si può andare. Poi c’erano quelli che ritenevan che le cose esistessero, ma non riconoscevano alcun confine fra di esse. Poi c’erano quelli che ritenevano ci fossero dei confini fra le cose, ma non riconoscevano nulla come giusto o sbagliato. Quando infine apparve la distinzione di giusto e sbagliato, il Dao perse la sua integrità. E quando il Dao perse la sua integrità, apparvero le preferenze personali.

Santina Verta, again

enakapata3Questo incontro”per caso” e “per fortuna” con Vincenzo e Luca Moretti mi conduce a scoprire concetti scientifici “serendipitosi” in un -viaggio- condito di concreta competenza e un pizzico di amarezza per quello che potrebbe essere la ricerca in Italia.. nello stesso tempo mi inebria del colore della nostalgia della meraviglia dei ciliegi in fiore fra templi e perfetta sincronia tecnologica. Mi arriva la percezione di suoni antichi e nuovi e ..gli incontri con persone che scandiscono il rinnovamento con modalità ritmate dal tempo delle regole condivise, danno speranza di futuro. Tutto il viaggio-diario è attraversato da un duetto padre-figlio esilarante e tenerissimo. Potrei mettere come colonna sonora…-ti invito al viaggio, in questo paese che ti somiglia tanto..( Battiato) mentre Pessoa direbbe:-“Un uomo, se possiede la vera sapienza, può godere l’intero spettacolo del mondo seduto su una sedia, senza saper leggere, senza parlare con nessuno, soltanto con l’uso dei sensi e il fatto che l’anima non sappia essere triste”.

Tic tac tic, tac tic tac. E siamo a 100. Grazie a Giovanni

enakapata3Tic, tac, tic, dalla finestrella di Facebook appare il nome Maria Paraggio e la scritta “Buonasera prof., Giovanni ha finito di leggere Enakapata. Se le fa piacere, gliene vuole parlare”.

Tac, tic, tac, “mi fa piacere?, certo che mi fa piacere, mi fa piacere un sacco, e poi Giovanni sarà il 100 lettore che lascia una recensione, un messaggio, un commento, bisognerà fargli un regalo”.

Tic, tac, tic, “buonasera professore sono Giovanni Salomone”.

Tac, tic, tac, “ciao Giovanni, chiamami pure vincenzo,  tanto qui non stiamo all’università”.

Tic, tac, tic, “vabbè, ma sempre professore siete !!!”.

Sorrido, rido, schiatto, tac, tic, tac, “per la verità non sono professore, sono Vincenzo, ma ne riparliamo tra qualche anno. A proposito Giovanni, quanti anni hai?”.

Tic, tac, tic, “13, ma il 1° luglio ne compio 14”.

Tac, tic tac, “allora ti è piaciuto il libro?”.

Tic, tac, tic, “si molto”.

Non avevo finito il tac, tic, tac precedente che già pensavo Vicié, e se glielo chiedi così cosa ti deve dire questo ragazzo?, quando tic, tac, tic, Giovanni aggiunge “anche perchè in fondo andare in Giappone è il mio sogno”.

Tac, tic, tac, “azz, bellissimo, perché è il tuo sogno?”.

Tic, tac, tic, “amo molto la cultura giapponese, leggo i loro fumetti e faccio anche un corso per imparare a disegnare i manga. Poi seguo la maggior parte degli anime giapponesi e quasi tutti i videogiochi li prendo giapponesi. Poi i giapponesi sono educati, gentili, rispettosi delle regole. E di questo ne ho avuto conferma nel vostro libro. E poi mi piace il fatto che sono diversi da noi, che hanno altri interessi che non entrano per niente nella nostra concezione. Mi riferisco, per esempio, al fatto che in Italia il disegno è una passione legata più all’arte vera e propria mentre in Giappone il disegno è comunicazione e divertimento oltre ad essere arte”.

Tac, tic, tac, “come conosci tutte queste cose del Giappone?”.

Tic, tac, tic, “beh, direi che so molto poco e quel poco che so l’ho imparato leggendo”.

Ri-azz, già è arrivato a Socrate?, boh, tac, tic, tac, “leggendo cosa?”.

Tic, tac, tic, “manga, libri in generale (Ichiguchi Keiko è molto brava, descrive in maniera compiuta la loro cultura. Ho imparato molto anche leggendo il vostro libro. A proposito, ma poi vostro figlio lo sta suonando il basso comprato a Tokyo??”.

Tac, tic, tac “si, si”.

Tic, tac, tic, “chissà che bello !!!!, io invece suono la chitarra”.

Tac, tic, tac “sei bravo?”.

Tic, tac, tic, “ho iniziato da poco ma l’insegnante dice che me la cavo”.

Tac, tic, tac “ti piace?”.

Tic, tac, tic “si, tantissimo, anche se il mio obiettivo è suonare la chitarra elettrica”.

Tac, tic, tac “lo credo bene, magari una bella Fender Stratocaster come quella di Eric Clapton”.

Tic, tac, tic, “beh non esageriamo”.

Tac, tic, tac, “esageriamo esageriamo. A proposito di esagerazione, conosci Made in Japan dei Deep Purple?”.

Tic, tac, tic, “no”.

Tac, tic, tac, “la prossima volta che incrocia tua mamma te lo faccio avere. È un disco esagerato. E se non esageri alla tua età quando esageri?”.

Sufficienza della sufficienza [46]

Quando il mondo ha il Dao,
rinuncia ad andare a cavallo
e dei cavalli usa il concime.

Quando il mondo non ha il Dao,
cavalli da guerra vengono allenati nei sobborghi.

Non c’è calamità più grande
del non conoscere la sufficienza.

Non c’è disgrazia più grande
del desiderio di acquisire.

Perciò colui che sa la sufficienza della sufficienza
ha sempre a sufficienza.

from
Lao Tsu
Tao Te Ching
Una guida all’interpretazione del libro fondamentale del taoismo
Traduzione e cura di Augusto Shantena Sabbadini

Primo Maggio 2010

Fino a qualche minuto fa questo post l’avrei intitolato “una storia sbagliata”.
Oggi, Primo maggio 2010, ho lavorato quasi tutta la giornata, ho litigato con un pò di persone a cui voglio molto bene, mi è tornato il mal di pancia di cui davvero non sentivo la mancanza, la Roma ha vinto a Parma.
Ma come vi ho raccontato altre volte sono un tipo molto fortunato e così mi sono venuti in mente Sottolineato, i libri, le citazioni e ho cominciato a pensare  a cosa scrivere.
Ho cominciato con un vecchio detto che sentivo spesso da don Pasquale, mi è sembrato un buon modo per ricordare papà, don Pasquale, e per prendermi in giro, così l’ho scritto, eccolo:
‘A carne fa carne, ‘o vvino fa sang, e ‘a fatica fa jettà ‘o sang.
Poi ho continuato con due citazioni dall’Uomo artigiano di Sennett.
Questa:
Il bravo maestro impartisce spiegazioni soddisfacenti; il grande maestro (quale era Hanna Arendt) turba, trasmette inquietudine, invita a obiezioni.
E questa:
Dunque, secondo Hannah Arendt, noi esseri umani viviamo in due dimensioni. Nell’una, fabbrichiamo cose; in questa condizione siamo amorali, immersi nel compito da eseguire. Ma alberghiamo in noi anche un’altra modalità di vita, più elevata, nella quale cessiamo di produrre e cominciamo a discutere a a giudicare, tutti assieme. Laddove l’animal laborans si fissa sulla domanda: “Come?”, l’homo faber chiede:”Perché?”.
Poi mi sono detto che le due citazioni potevano essere di quelle da discutere su Enakapata. Poi ho cambiata idea. Poi la mitica Lucia Rosas ha scritto una nota, l’ha intitolata Sennett, ha scritto “rubata e … dubbio: chi vive tra reale e web?”.
Dunque eccomi qua. La pancia mi fa male ancora. Ma il titolo del post è Primo Maggio 2010. Grazie a Adriano Parraciani e al suo Sottolineato, grazie a tutti quelli che ci scrivono, grazie a Lucia Rosas, grazie a tutti quelli che decideranno anche questa volta di interagire e a tutti quelli che invece no. La chiamano social networking, a me certe volte mi fa risparmiare i soldi per lo psicologo. Adesso vi lascio. Ho ancora due cose da finire.

Ma sì, pà, si campa anche di soddisfazioni

Me lo dà il permesso di pubblicare questi suoi pensieri su Enakapata?
Sì, lo ammetto, ad un certo punto glielo ho chiesto proprio così. Dite che detto così non si capisce niente? Va bene, allora provo a ricominciare dal principio.
Nella fattispecie il principio è il Serendipity Event del 21 marzo scorso organizzato dalla premiata ditta Bespoke & Enakapata. Tra le tante belle persone che mi sono state presentate da Antonio Gravina quella sera, con molte delle quali  nei giorni seguenti facciamo @micizia su Facebook, c’è Rosa Cennamo, che qualche settimana dopo mette sulla sua bacheca una citazione da Enakapata.
Che mi ha fatto piacere che ve lo dico a fare?, un pò è normale, un pò lo sapete già. Vi dico invece che abbiamo scambiato qualche chiacchiera via Facebook, i miei ringraziamenti, la sua gentilezza e poi basta. Anzi no. Poi ogni tanto frasi dal libro che ritornano sulla sua bacheca. Fino a stamattina. Quando su Facebook mi ha scritto:

E’ bellissimo il suo libro!!!, buongiorno Vincenzo, mi dispiace finirlo, lei mi fa felice tutte le mattine con questo suo diario stimolante. Sono napoletana e mi trovo da qualche anno a Firenze e quando nel libro incontro paragoni con la realtà di Napoli o le sue sensazioni nell’essere lontano da casa può capire l’effetto che scatena in me. E  poi tutte queste storie di personaggi importanti a livello scientifico riescono a portarmi lontano con la mente, verso  un  possibile futuro, grazie di cuore. Non so se ci fa caso, ma ogni tanto pubblico qualche frase del suo libro nel mio stato di Fb; dato che ho avuto il piacere di conoscerla personalmente mi capita, mentre  leggo il suo libro, di  leggerlo quasi come se parlassi dal vivo con lei.

Voi che avreste fatto? Io le ho detto che tutto questo mi fa un sacco di piacere e che aspetto la sua recensione appena ha finito di leggerlo. E poi ho aggiunto: Me lo dà il permesso di pubblicare questi suoi pensieri su Enakapata? Certamente – ha risposto-. Ed eccoci qua.
Ma sì, come ha detto Luca l’altro giorno parlando del suo lavoro, del quale è molto coonteno, ma sì, pà, in fondo si campa anche di soddisfazioni. Decisamente. Adesso però mettiamoci al lavoro.

Questo l’ha detto Concetta Tigano

enakapata3Bello.
Questo libro-diario mi è piaciuto!
Che fare “ricerca” fosse difficile lo sapevo, ma quello che succede in Giappone in questo campo è straordinario, mi sembra un mondo irraggiungibile.
Il racconto di questa avventura, scritto da Vincenzo e Luca, è istruttivo, coinvolgente, interessante, autoironico, a volte piacevolmente “comico”, insomma leggere “Enakapata” è puro piacere.
Conoscere l’autore di un romanzo può spiazzare, te lo immagini tutto diverso, ma conoscere l’autore di un libro autobiografico … aiuta a capire meglio, a me sembrava di sentire proprio la voce … di sentire il racconto … fantastico!!
Il legame che si intuisce tra padre e figlio è la cosa più vera e più tenera di tutto il libro.
Complimenti Vincenzo, sia come autore che come papà!!!!
E’ stata una lettura gradevolissima!!!!

Fare il napoletano stanca

enakapata3Sabato 24 aprile. Ore 6.10 a.m. Esco di casa diretto al bar Luciano per il quotidiano cornetto e caffè. Anche il sabato? Anche il sabato. Anche perché, da quando ho deciso di prendere un solo caffé al giorno, soffro di crisi di astinenza, nonostante abbia avuto cura di ridurre gradualmente la dose (da 6 o 7 caffé al giorno a 3 o 4 prima, da 3 o 4 a 1 poi). Il sabato è diverso perché non devo andare né a Fisciano, né a Roma e dunque sono in versione comoda e lite. Comoda perché non mi faccio la barba neanche se è già lunga di due giorni. Lite perché non ho com me lo zaino con il Mac. Perciò di solito scendo, mangio il cornetto, prendo il caffé, prendo la funicolare centrale, la prima corsa, quella delle 6.30, salgo al Vomero, faccio un giro, ritorno a casa a piedi per via Palizzi e mi metto a lavorare.
Sabato no. Perché alle 6.30 la funicolare era ancora chiusa. Alle 6.32 è sceso dall’autobus l’addetto di turno (che fortuna, ho pensato, e se l’autobus si fosse rotto o fosse passato più tardi?). Alle 6.35 si ferma la funicolare al Corso V.E. ma non apre le porte. A mia precisa richiesta il conducente mi dice che quella è la corsa di prova. Corsa di prova? Ma se è in ritardo rispetto alla prima corsa ufficiale? C’è stato un problema – è la risposta-. La funicolare che sale va, arriva quella che scende e si ferma. Qui ci sono molte persone a bordo. In salita era la corsa di prova e c’era il problema. In discesa no.  A Napoli abbiamo  inventato la funicolare con problema alternato.
Se state pensando “ma perché non dormi il sabato mattina invece di cercare rogne” vi dico subito che io non cerco niente. Che il mio giro per il Vomero me lo sono fatto così come la passeggiata per via Palizzi con vista su Capri, Posillipo, Sorrento. E aggiungo che ho aspettato anche qualche giorno per vedere se mi passava. Non mi è passata. Sarà perché lì con me c’era Ciro, che incrocio ogni  sabato e nell’occasione ho scoperto che lavora per le poste,  che era giustamente nero per il cazziatone che si sarebbe preso dal capo, più obbligo di recuperare alla fine della giornata il tempo perduto, per responsabilità certamente non sue.  Sarà per l’anziana insegnante che doveva arrivare a Casoria e che era preoccupata di arrivare in ritardo. Sarà perché sulla funicolare delle 6.45 c’erano almeno altre 15 persone nella prima delle tre carrozze, quella dove sono salito io, che stavano andando a lavorare e che in vario modo si lamentavano che la prima corsa della funicolare, in particolare al sabato, da tempo non era più puntuale.
È proprio vero. Fare il napoletano stanca. Hai voglia a provare a fare il giapponese. Ci vuole in Giappone. Ma pare proprio che non siamo capaci di meritarcelo.

p.s.
Il titolo me lo ha sparato in faccia un manifesto che annunciava il concerto  di Federico Salvatore al Teatro Delle Palme di Napoli il 29 aprile 2010. Non me lo sono lasciato scappare.

p.p.s.
per favore risparmiatevi la petizione, la protesta e compagnia cantante. Le persone che prendono la funicolare delle 6.30 il sabato per andare a lavorare non hanno tempo per queste cose. Si, sono stanche, hanno poca fiducia e tanta rassegnazione. Ma poi perché se la prima corsa della funicolare è prevista alle 6.30 bisogna fare una petizione perché la prima corsa della funicolare si faccia alle 6.30?

Il Piccolo Principe

Questa storia comincia alle 6.20 a.m. di una mattina di gennaio, o forse di febbraio, no gennaio, ma poi gennaio o febbraio cosa importa? Nel bar ci sono Luciano, il proprietario, alla cassa, la moglie, al banco dei cornetti, il mitico Gabriele, il barista, al proprio posto di combattimento, l’uomo sotto ai 40, anni,  che mangia un cornetto, uno sgabello di quelli alti modello saloon che sovrasta, di più, sommerge,  ancora di più, travasa tra le braccia del ragazzetto di 7 max 8 anni che non lo lascia fino a che non  è davanti al banco  del caffé. Passa la mano sul sedile, ci si arrampica sopra, chiede una cannuccia, beve avidamente il suo cappuccino. Il padre, l’uomo sotto ai 40, ha l’aria di chi ha rinunciato da un pezzo a dirgli di fare le cose con calma.
Sorrido. Il bimbo ha gli occhi belli e svegli, della serie da queste parti o cresci in fretta o cresci in fretta, e la risposta pronta, della serie anche alla mia età non mi faccio passare la mosca sotto il naso.
Sorrido mentre mangio con più lentezza del solito il mio cornetto.  Come sempre sono in anticipo, l’autobus per Fisciano parte alle 7.15 e da qui  alla fermata a piedi ci vogliono al massimo 20 minuti. E poi curioso sono curioso,  però curioso della curiosità buona, perché la curiosità è come il colesterolo, c’è quella buona, quella che ti fa fare domande, ti fa cercare risposte, ti fa capire, imparare, migliorare,  e c’è quella cattiva, quella che ti porta ad essere pettegolo, come si dice, trasiticcio. Aspetto dunque che padre e figlio escano  e chiedo a Gabriele cosa ci fa un ragazzino così piccolo a quell’ora per strada.
“Che ci fa per strada?, e provateci voi a tenerlo a letto, quello la mattina se non esce con il padre fa il pazzo. Le hanno provate tutte, la migliore è questa: la mattina vengono qui, fanno colazione, aprono l’oficina, poi lui alle 8 prende la cartella e se ne va a scuola”. “Tutte le mattine?” “Tutte le mattine.” Mah.
Ci siamo incrociati altre 6-7 volte fino a quando, due settimane fa, ho chiesto al padre se il ragazzino studiava con profitto. “Sì sì, mi ha risposto, è bravissimo, le maestre ne dicono un gran bene, non ci sono proprio problemi”.
Mentre facevo i miei soliti 20 minuti a piedi mi è venuta l’idea, e il giorno dopo ne ho parlato a Gabriele.
Avrei pensato di regalare un libro al ragazzino, “secondo te se lo faccio il padre si offende?”
“Assolutamente no, anzi, è una bravissima persona, un gran lavoratore, non ci sono problemi”.
Nei giorni successivi, durante uno dei miei ricorrenti pellegrinaggi alla Feltrinelli ho comprato Il Piccolo Principe, quello con la copertina di cartone, con i disegni colorati e la carta più bella. A voi lo posso dire, ci tenevo tanto che il libro piacesse al ragazzo.
Ieri finalmente l’ho portato, sono passato apposta prima, l’ho lasciato a Gabriele, che a me queste cose, sarò perché sono grande e grosso, mi imbarazzano in modo incredibile.
Stamattina invece li ho incontrati, ma solo perché loro erano in ritardo. Appena sono entrato Gabriele ha fatto segno al padre che mi ha detto “grazie, prufessò” e prima che riuscissi a impedirglielo ha fatto segno al figlio che prima che il padre gli dicesse qualche cosa mi ha detto grazie, ma non un grazie normale, ma un grazie così bello, con degli occhi così belli, che vi giuro un grazie così tanto bello l’ho sentito poche altre volte nella mia vita. Gli ho detto “per me è stato un grande piacere”. Lui mi ha detto “grazie”. Domani non mi devo scordare. Devo chiedere a Gabriele il ragazzetto come si chiama.

Little big man

Lui si chiama Domenico Rosso. E’ di Buonabitacolo, estrema provincia salernitana. E’ stato il primo studente che si è laureato con me, 5 anni fa, con una tesi su Adriano Olivetti che gli valse 8 punti e una mia appassionata arringa per spiegare ai comprensivi colleghi perché chiedevo un punto in più di quello che era il massimo convenuto. E’ stato anche il primo mio studente di cui sono diventato amico. Il primo che mi ha presentato i genitori e il prete amico del cuore. Il primo che mi ha chiesto consiglio su che fare dopo la laurea. Il primo al quale ho detto “Domé, tuo padre è contadino e Buonabitacolo è in culo al mondo, tu se rimani qua con la tua laurea in scienze della comunicazione hai un futuro assicurato, quello di disoccupato”. Il primo che mi è stato a sentire. Il primo che ha trovato lavoro, a Madrid, dove si occupa di comunicazione e formazione per Greenpeace. Quando torna in Italia facciamo il possibile per vederci, ogni tanto mi manda una foto o un filmato nell’esercizio delle sue funzioni di tutore dell’ordine ambientale, stamane l’ho incrociato su Facebook e gli ho scritto “Domé, hai ancora intenzione di sposarti?, non farlo, stammi a sentire, è una fesseria”,  con lui che mi ha risposto con un yayayaya, che immagino sia una risata, accompagnato da un “Professò, tu duorme, già fatto, mi sono già sposato”, seguito da un link dove ho trovato la foto che vedete in alto.
Lo so che c’ho la commozione facile, ma a momenti mi commuovo davvero. “Domé, qui bisogna parlare serio, passiamo su Skype”. Un paio di tentativi andati a vuoto e poi ci siamo. Mi sono fatto raccontare tutto, del matrimonio civile a Madrid, del matrimonio ufficiale a Rio de Janeiro, (sì, non ve l’ho detto, ma la Rosa che ha sposato Domenico è una brasiliana), della festa italiana che si terrà l’11 agosto a Buonabitacolo. Mi sono fatto mandare tutto l’album di foto in formato pdf, gli ho quasi promesso che l’11 andiamo anche io e Cinzia (ma adesso sono ancora sotto l’effetto dell’emozione, quando mi passa non so cosa accade), mi ha raccontato del commento affettuoso, complice, felice della madre quando si è collegato via Skype da Rio de Janeiro a Buonabitacolo (giuro, succede anche questo): “Domenico, da te mi sarei aspettato tutto, ma che ti sposavi una brasiliana proprio no, sei riuscito a sorprendere anche me”. Poi ci siamo salutati, anzi no. Mi sono ricordato che lui un commento su Enakapata ancora non me lo aveva mandato. “Professò, io ti ho scritto qualche riga ma tu sul blog hai tante cose così belle che volevo pensare a qualcosa di particolare, di originale”. “Domé, più originale di te non ci sta niente al mondo, dunque mandami le righe che hai scritto altrimenti alla prima occasione che ti vedo ti ceco un occhio”.
Con le buone maniere si ottiene tutto, come potete leggere qua sotto. Prima vi posso dire però che, senza offesa per nessuno, almeno per oggi e domani il commento di questo piccolo grande uomo chiamato Domenico è il più bello che io potessi desiderare? L’ho detto. Buona lettura.

Ho letto il libro diversi mesi fa e ho regalato una copia a un amico spagnolo. A lui ho detto che Enakapata svela un tipo di napoletano poco conosciuto all’estero. Per me questo libro ha confermato quello che penso dei partenopei. Il napoletano è lavoratore, sa aprirsi e confrontarsi. Il napoletano è sognatore, grida negli stadi, è scaramantico, è brontolone ma canta all’amore. Divide il suo cibo con te, la sua cultura, i suoi sorrisi e i suoi viaggi.
Grazie per il libro. Aspetto il prossimo
“.

Tubettoni, seppie e piselli

from Adriano Parracciani

Oggi avevo pensato di passare da Gerardo e Anna. Compagnia ottima, siamo amici da una vita e anche più, pranzo altrettanto, Anna è una eccellente cuoca e  invece  ho desistito, proprio come nella mitica scena di Totò in Miseria e Nobiltà. Perché l’ho fatto è presto detto: in primis,  perché questa settimana l’ho trascorsa da vagamondo che più vagabondo non si può (mammà, come mi piacciono questi improbabili giochini con le parole); in secondis, perché le caccavelle appicciate ‘ncoppa ‘o ffuoco (lasciate perdere la traduzione letterale, sta per le cose da fare) sono in questo periodo talmente tante che l’idea di starmene a casa da solo a lavorare m’è sembrata  perfino una buona idea.
A proposito di caccavelle e di fuoco, intorno alle 11.00 a.m. ho realizzato che mangiare avrei dovuto mangiare comunque, così ho chiamato Beppe e abbiamo deciso che l’avrei raggiunto in bottega intorno alla 1.30 p.m. (penso che già ve l’ho detto, ma comunque preferisco avere una martellata sulle dita piuttosto che mangiare da solo, soprattutto fuori casa).
Ho preso una funicolare che parte alla 1.20 p.m., alla 1.40 p.m. sono arrivato in vico Acitillo, poco dopo le 2.00 p.m. eravamo a tavola.
Acqua. Liscia e a temperatura ambiente. Tubettoni, seppie e piselli per me. Tubettoni, seppie e piselli per Beppe. Siamo ancora alle prese con le chiacchiere quando sui due  schermi musicali – ormai sono diventati obbligatori per legge, come il divieto di fumare – compaiono cinque ragazze in bikini che si dimenano e cantano nella cella di un carcere, almeno così mi pare. Ve l’ho detto che io le televisioni che mentre mangi trasmettono musica, film, notiziari, programmi di intrattenimento, dibattiti e tutto quello che vi pare  io non le sopporto, quasi come non sopporto le sigarette? Nel caso, ve l’ho detto adesso. Eppure questo video ha qualcosa di diverso. No, non le ragazze in bikini, che quelle le trovi dappertutto, è come è fatto, come si muovono, quello che ti dicono anche se non capisco bene cosa ti dicono.
Il video sta per finire quando riconosco, mi sembra, Madonna. Chiedo conferma a Beppe. Ricevo conferma. Gli dico che Madonna riesce a fare sempre qualcosa di speciale. Mi dice che Madonna “è” speciale, non “fa” cose speciali. Gli chiedo se ha visto Kill Bill. Mi dice di no. Gli racconto di Bill che spiega a Beatrix la differenza tra Superman e  gli altri supereroi. Gli dico di Wayne e Parker che si svegliano al mattino e devono indossare il costume per diventare Batman o Spiderman mentre Superman si sveglia al mattino ed è già Superman. Mi dice che questo è uno degli scopi fondamentali delle nostre vite, riuscire a svegliarci la mattina ed essere quello che siamo, senza cercare ogni volta di mettere un costume per sembrare diversi. Sta per aggiungere qualcosa quando irrompe Agostina con il suo “Beppe, i vostri tubettoni, seppie e piselli, buon appetito.”
Per carità, non c’è Madonna o Batman che tenga. Buon appetito.

Sottosopra

Certe giornate funzionano proprio così. Molte delle cose che ti eri ripromesso di fare, non riesci a farle. Eppure non te la senti di archiviarle nella cartella giornate storte, perché in compenso ti sono capitate e hai fatto cose che non pensavi di fare.
La parte out della giornata non ve la racconto, tanto quello che non ho fatto oggi lo faccio domani, in settimana, prima o poi.
Per quanto riguarda la sezione accadde per caso segnalo:
il pranzo in compagnia del mio amico Antonio, ancora più piacevole proprio perché non era previsto né il pranzo né la compagnia (le due cose nella mia vita sono quanto mai connesse dato che detesto mangiare da solo);
le ore di lavoro che ho potuto dedicare a un nuovo progetto a cui tengo molto;
il viaggio di ritorno dall’Università con il mio amico Angelo, che mi ha spiegato un sacco di cose sull’alfabeto Morse e poi mi ha inviato questa mail:
Vincenzo, in allegato la tabella del codice Morse base e la tabella delle abbreviazioni più comunemente usate. Ti invio anche un link al quale potrai trovare una specie di ‘traduttore’ che ti consente di scrivere lettere (o intere parole) e sentire il suono delle stesse in CW (in morse):  http://morsecode.scphillips.com/jtranslator.html
Per questo link, inserisci nel parametro della velocità (speed) in basso il valore 15 per poter meglio apprezzare il suono (devi avere java abilitato sul browser per far funzionare l’applicazione). Per adesso 73 da da di di di   di di di da da  …  cordiali (saluti cordiali);
la chiacchiera via Facebook con il mio amico Matteo che mi fa ben sperare  per l’opera sua dedicata a Enakapata;
la sorpresa e l’imbarazzo con il giovane viaggiatore che in funicolare, mentre scendevo dal Vomero al Petraio (cose da 1 minuto e mezzo, di più non avrei potuto reggere) mi  ha chiesto: “Lei è vincenzo moretti?”, come negarlo – gli ho risposto-. Complimenti per il suo libro – mi ha detto-, l’ho letto, è stupendo, lei ha parlato del Giappone in un modo meraviglioso .. -cerco di dirgli che del Giappone ha scritto Luca, ma non riesco a fermarlo -… io sono uno studente dell’orientale di Napoli, il mio sogno è di andare in Giappone e scrivere un libro bello come quello che ha scritto lei”.
Per fortuna si è aperta la porta della funicolare, ho ringraziato, ho fatto un inchino come  nelle mie ore giapponesi e sono uscito.
Per favore non mi dite che il giovanotto ha esagerato con i complimenti perché lo so già, su molte cose perdo i colpi e non me lo nascondo, ma scemunito non lo sono diventato ancora. Almeno per me, il fatto che un giovane esagerato ti dica che sogna di fare una cosa che hai fatto tu rimane comunque sconvolgente. E’ una cosa che fa piacere, che ti fa essere contento.
Ma sì diciamolo, me ne potevo tornare a casa e godermi i miei 15 secondi di celebrità, e invece mi sono messo un’altra volta a trafficare con le mie pentole piene di parole.  Dite che tanto mi piace? vero. Ma ciò non toglie  che una di queste sere mi “ciacco” sul bordo del Mac a furia di prenderlo a capate perché mi ci addormento sopra.
Si, certe giornate funzionano proprio così, sottosopra. Forse è la mia vita che funziona così.  Sottosopra.


Non vivere per sé [7]

Il cielo dura e la terra permane.
La ragione per cui cielo e terra
possono durare e permanere
è che essi non vivono per se stessi:
perciò possono vivere a lungo.
Per questo il saggio si tira indietro
e viene a trovarsi davanti,
si esclude, ma rimane presente.
Non è forse perché non ha fini personali
che può realizzare fini personali?


from
Lao Tsu
Tao Te Ching
Una guida all’interpretazione del libro fondamentale del taoismo
Traduzione e cura di Augusto Shantena Sabbadini

Saranno famosi

Un’antica storia racconta che un signore dei tempi andati domandò al proprio medico personale, membro di una famiglia di guaritori, chi di loro fosse il più versato nella propria arte. Il medico, la cui reputazione era tale che il suo nome era diventato sinonimo della scienza medica cinese, rispose:
“Il primogenito vede lo spirito della malattia e lo rimuove prima che prenda forma; perciò il suo nome non varca i confini della casa.
Il secondogenito cura la malattia quando è ancra agli inizi; perciò il suo nome non è conosciuto al di là del vicinato.
Per quanto mi riguarda, pratico l’agopuntura, prescrivo pozioni e massaggio il corpo; così talvolta il mio nome giunge alle orecchie dei potenti”.

from
Thomas Cleary
Introduzione a
Sun Tzu
L’Arte della guerra
Ubaldini Editore

Elogio del viaggio

by Adriano Parracciani

Adesso mi raccomando, non prendetela come una provocazione. Non ho abbandonato l’esigua schiera dei samurai (io e Adriano) nobili e sconfitti, né intendo rinunciare alla possibilità di tornare ancora sulla questione dal mio punto di vista. Diciamo che questo post è una sorta di intermezzo tra “Senza uscire dalla porta” e  “Utilità del vuoto“, oltre che un omaggio alla mia amica Roberta Tallarico che lo ha ispirato.
Allora, la settimana scorsa ho sentito Roberta per fare i complimenti alla sua mamma per il bel compendio di storia della filosofia che avevo avuto il piacere di sfogliare qualche giorno prima in treno.
Ad un certo punto siamo fiiniti a parlare di Enakapata, credo che abbia cominciato lei, ma non potrei giurarlo, quando mi fa: “ti dico la verità Vincenzo, all’inizio il vostro libro lo tenevo in bagno, poi me lo sono portato sul comodino, adesso lo porto con me in borsa; insomma mi ha proprio preso”.
Potrei dirvi che l’ho ringraziata, ma questo era il minimo. Potrei aggiungere che le ho chiesto, quando ha finito, di scrivere qualche rigo di commento – recensione, ma questo lo sapete già. Vi dico invece che il viaggio di Enakapata dal bagno alla borsetta  mi è piaciuto un sacco. Al punto da pensare di adottarlo per dire in maniera un pò più simpatica delle stelline se un libro mi piace.
Allora vediamo, la cosa potrebbe funzionare così:
Scaffale, della serie potevo (potevate) anche fare a meno di comprarlo (di regalarmelo);
Bagno, della serie vediamo questo libro dove vuole arrivare;
Comodino, della serie qualche pagina di un buon libro prima di dormire fa bene alla salute e al sonno;
Borsa, della serie mamma mia com’è bello, devo assolutamente vedere come finisce.
Cosa ne pensate? Lo possiamo proporre a aNobii?
Mentre me lo fate sapere io ringrazio ancora Roberta.

Utilità del vuoto [11]

Trenta raggi convergono in un mozzo:
grazie al suo vuoto abbiamo l’utilità del carro.
Modelliamo l’argilla per fare un vaso:
grazie al suo vuoto abbiamo l’utilità del vaso.
Ritagliamo porte e finestre per fare una casa:
grazie al loro vuoto abbiamo l’utilità della casa.
Perciò, se l’uso dell’essere è benefico,
l’uso del non essere è ciò che ne crea l’utilità.

from
Lao Tsu
Tao Te Ching
Una guida all’interpretazione del libro fondamentale del taoismo
Traduzione e cura di Augusto Shantena Sabbadini

Senza uscire dalla porta [47]

Senza uscire dalla porta di casa
puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra
puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.

from
Lao Tsu
Tao Te Ching
Una guida all’interpretazione del libro fondamentale del taoismo
Traduzione e cura di Augusto Shantena Sabbadini

Dedicato a tutti i viaggiatori.
Per Francesco Caruso, Viviana Graniero e Cinzia Massa è anche un invito alla meditazione dopo tutti gli sfottò di cui sono stato oggetto venerdì sera per la mia “teoria” sull’osservazione dell’albero.

from
La Musa Antonella

Viviana e Francesco

Foto di Viviana Graniero

Francesco lo conoscevo già, qualche anno fa è stato mio studente a Unisa. Ci siamo visti qualche volta dopo, poi più nulla fino al nostro incontro on Facebook Planet. Se posso dire la verità, nel senso di se posso dire come sono andate veramente le cose, io quando abbiamo fatto amicizia su Facebook non lo sapevo di aver fatto amicizia proprio con lui. Innanzitutto perché tra i chips irrimediabilmente persi della mia memoria quelli che si riferiscono ai nomi, di cose viventi e inanimate, stanno al primo posto. Poi perché i rapporti con le persone mi piace viverli con curiosità, quando posso con intensità, nei casi più belli con complicità e  facendo in questo modo, almeno per me funziona così, finisci per dare più valore, e tempo, a ciò che ti accade adesso, , now, che alla nostalgia e al ricordo.
Dite che anche i ricordi sono belli? E chi lo mette in dubbio. Questo stesso post è l’omaggio al ricordo della bella sera che Viviana e Francesco hanno dedicato a me e a Cinzia. Ma resta il fatto che io uno sono, ho la fortuna di avere tante persone che mi vogliono bene, e già mi tocca gestire i sensi di colpa di non ruscire a ridare loro almeno una parte del bene che mi vogliono. Insomma io a Francesco non me lo ricordavo. Uffa. Fino alla sera in cui Francesco non mi scrive in chat “Ma hai mai provato a giocare con i tautogrammi?”.
I tautogrammi? What’s tautogramma? Con quel tauto iniziale (a Napoli ‘o tauto è la bara, si, proprio la cassa da morto) che non mi dice niente di buono. Però curioso sono curioso, vado a vedere, capisco il senso, lancio il primo gioco, si affaccia Viviana, che non so che è la moglie di Francesco che non so che è  il mio studente, che comincia a coinvolgerci tutti, fino a che questo blog comincia ad essere popolato da un bel pò di belle persone che prima non conoscevo.
Non mi chiedete quanto tempo ci ho messo per capire che Viviana è la moglie di Francesco e quanto per capire che Francesco è il mio studente che non ve lo dico. Ciò che invece intendo dirvi, finalmente direte voi, non andate sempre di pressa dico io, è che venerdì sera io e Cinzia siamo stati ospiti a cena a casa nostra. Dite che è una contraddizione in termini? Che non si può essere ospiti a casa propria? E invece no. Perché in realtà siamo stati ospiti a casa di Viviana e Francesco. Che ci hanno accolti così bene da farci sentire come a casa nostra. Lo dico con le parole del mio amico Salvatore Veca (Dell’incertezza, Feltrinelli, è un libro bellissimo, leggetelo), “Non mi piace l’ospitalità opportunistica o quella sciatta, sbracata. Mi piace l’attenzione. E la cura, discreta, nel ricevere, nella cerchia della philia, ha una sua naturale bellezza”.
Della naturale bellezza con la quale siamo stati accolti venerdì sera sono sinceramente grato a Viviana e Francesco. Punto.

Se non ora, quando?

by Adriano Parracciani

Debbo queste riflessioni alla congiunzione di una mia idea d’annata –vendemmia 1994, anno nel quale Silvio Berlusconi vince le elezioni contro Achille Occhetto e la sua  “gioiosa macchina da guerra”-,  e una domanda postata su Facebook dalla mia amica  Musa: “ma come si fa a votare per questa maggioranza?” (la domanda è in verità più colorita, ma la sostanza è questa).
L’idea, per la verità talmente semplice da rischiare la banalità, è che la politica ha bisogno di differenze. Differenze che, Before 1989, erano date dalle ideologie, dalle appartenenze, dalle identità, nel senso che dirsi comunista, democristiano, fascista significava definire i confini entro i quali ci si poteva riconoscere con altri che, come  te, condividevano miti, valori, aspettative, ceti sociali di riferimento, modi di essere, talvolta persino di fare. Persino quando i  comportamenti sono diventati simili, l’apparentenza a ideologie diverse garantiva le differenze di identità, di riconoscibilità, di aspettative, di gruppi sociali di riferimento.
After 1989 le differenze, in Italia in particolar modo dopo Tangentpoli, avrebbero dovuto essere garantite dalle idee, dai programmi, dalle modalità con cui si favorisce la partecipazione e si selezionano le classi dirigenti, dai modelli di partito e di coalizione.
Vogliamo dirlo con uno slogan? Ma sì diciamolo! Meno ideologie, più differenze. Quale strada è stata imbroccata invece? Quella dell’omologazione. Nelle piccole e nelle grandi cose.  Vogliamo fare qualche esempio?
Federalismo,
che è una cosa seria, che invece di rincorrere la Lega, per poi lasciarle la più totale egemonia culturale, poteva essere fatto vivere come solidaretà, partecipazione, responsabilità, controllo.
Legalità, che è una cosa seria, che invece di assecondare la Lega sul terreno della paura dell’Altro, meglio se extracomunitario, quasi sempre da sfruttare di giorno  e da nascondere di notte come le puttane de “La città vecchia” di De André, poteva essere fatta vivere come una questione di etica pubblica invece che di ordine pubblico, di rispetto delle regole, di tutela dei diritti, di esercizio responsabile dei doveri.
Leaderismo esasperato, vogliamo chiamarlo idolismo?, personalizzazione dei partiti come antidoto alla loro crisi,  che non è una cosa seria, e che ha portato prima alla lista Berlusconi,  poi alla lista Di Pietro, poi persino alla lista Vendola,  in mezzo tutte le altre liste, senza nessuno che dica chiaramente che di molti di questi leader si può  tranquillamente fare a meno, dei partiti no. Che è una sciocchezza  immaginare una democrazia che funziona solo con la società civile, senza i partiti.
L’elenco potrebbe continuare, fino scrivere un libro: arbitrarietà nel rispetto delle regole (primarie a volte si, a volte no, a volte strappate dal basso, altre volte imposte dall’alto), di là mettono in lista portaborse, segretari, amanti e ballerine, di qua pure, e poi clientelismo, familismo, eccetera eccetera.
E non provate a dirmi che ci sono molte persone per bene che svolgono il loro ruolo di eletti in maniera seria. Innanzitutto perché lo so. E poi perché ci stanno anche di là. Anzi mi convinco sempre più che tra le ragioni del successo della Lega stia diventando sempre più importante il radicamento territoriale, il contatto con i cittadini e con gli elettorali, insomma quella roba che una volta facevano i comunisti e i democristiani.
Visto che ci siamo, non provate neanche a spiegarmi che con tutti i difetti che abbiamo noi e loro non siamo la stessa cosa. Innanzitutto perché lo so. Poi perché non basta. Soprattutto a livello di pubblica opinione.
Cosa voglio dire in sintesi? Che fermo restando tutti quelli come noi che a prescindere stanno dall’altra parte io credo che non sia solo comprensibile, ma anche razionale che la maggioranza degli italiani votino come votano.
Che fare in sintesi? Lavorare seriamente per una prospettiva diversa.
L’ho scritto martedì 16 dicembre 2008 alle ore 18.16 (potenza del web, e chi se lo sarebbe ricordato): se continuiamo a pensare di risolvere i problemi entro la prossima elezione non andiamo da nessuna parte.
Questo paese non ha più classi dirigenti nel senso auspicato da Cuoco, da Salvemini, da Gramsci, da Dossetti, da Di Vittorio, da Dorso, da ..;. c’è scarsità di senso civico ad ogni livello; di più, si è creata, grazie ad un’azione scellerata ma scientificamente condotta dall’attuale leadership, una  convenienza-convergenza intorno a una via italiana alla sopravvivenza fatta di piccole e grandi furbizie, evasioni, illegalità.
Bisogna ritornare a pensare e a praticare la partecipazione  come fatica, continuità, impegno, perché ad ogni diritto corrisponde un dovere, ad esempio di non chiedere favori e raccomandazioni, di non fare i furbi, di non rivendicare il merito quanto tocca agli altri e l’appartenenza quanto tocca a sè stessi.
Per invertire l’ago della bussola, per cominciare a varcare la distanza tra i valori di solidarietà a prescindere, di pemessività e persino di impuntà che informano oggi il nostro paese, e i valori di responsabilità, di eguali opportunità, di valorizzazione del merito e del talento di cui c’è bisogno, ci vuole tempo.
Dite che non possiamo aspettare? Sbagliato. Mi dicevano così anche nel 1994, che se non facevamo l’inciucio con Dini, Berlusconi sarebbe restato lì per altri 10 anni. Ne sono passati 16, per ora, destinati a meno di miracoli a diventare 19.
La verità è che non possiamo aspettare senza fare niente. Bisogna cominciare subito. Ognuno dal suo “posto di combattimento”. Facendo le cose per bene  perché è così che si fa. Facendo rete tra noi. Rendendo espliciti, pubblici, gli esiti di questo nostro lavoro.
Come ha scritto Confucio, una marcia di 10mila chilometri comicia con il primo passo. E, anche senza scomodare Aristotele, rimane il fatto che la politica è ‘na capata. L’importante è cominciare. Se non ora, quando?

Duca Alfonso Maria di Santagata dei Fornari

Immagino che voi tutte/i conosciate il Duca Alfonso Maria di Santagata dei Fornari. Non lo conoscete? E allora guardatevi il video. Anzi no. Il video guardatelo comunque, che è un pezzo di storia del cinema italiano. Fatto? Bene. Il gioco è semplice. Raccontate a chi vi sarebbe piaciuto o vi piacerebbe fare un pernacchio così, e perché.
Una sola raccomandazione: evitiamo ogni riferimento a chi sto pensando io. Perché vige il divieto di propaganda? No, no, che quello lui fa finta che non esiste, impegnato com’è a occupare televisioni e a far spedire in giro sms. E’ che come sapete sono  scaramantico tendente al superstizioso. E spero che il pernacchio glielo  possiamo fare tutti assieme domani sera. Buona domenica. E non dimenticate di mandare le vostre storie. Vere o immaginarie non importa, basta che siano condite con una dose abbondante di ironia.

Nuvole Gialle

Giuro che prima o dopo lo acchiappo. Nel senso che lo tocco, gli stringo la mano, se non si impressiona lo abbraccio. Tanto l’ho fatto già e mi è venuto bene. Con Piero Carninci e Franco Nori a Tokyo, Adriano Parracciani a Roma, Viviana Graniero, Concetta Tigano e Deborah Capasso de Angelis a Napoli. Sì, appena capita mi allungo (in senso metaforico, che già così ho difficoltà a trovare le giacche) a Bergamo e lo incontro.
Di chi sto parlando? Di Daniele Riva, of course, che di fianco  all’incantevole “Il canto delle Sirene” gestiste un’altra bottega d’arte, “Nuvole Gialle” dove pubblica  racconti.
Volete sapere cosa ha combinato oggi? Ha pubblicato un nuovo racconto e me lo ha dedicato. Ditemi voi io cosa devo fare. Ma fate presto. Perché tra poco metto l’ultimo punto al post e mi commuovo.

Addo sta Lucà

Diciamo che si è intuito tra le righe, ma non è che ve l’ho detto proprio chiaramente che uno dei fattori di successo della serata Bespoke è stata la musica dei Motor Sound, cioé Beppe, Andrea, Federica, Alessia e Luca. Che oltre a suonare e cantare splendidamente mi hanno fatto pure la sorpresa. E che sorpresa. Sulle note di “Cerco la Titina” e di “Addò sta Zazà”  e giro finale di “Smoke on tha wather” mi hanno cantato la canzone che potete leggere qua sotto. Naturalmente ho gà detto a Beppe, con Luca non avrei avuto speranza, che voglio la canzone registrata in formato mp3. Appena arriva prometto che ve la faccio sentire. Per intanto  conto di strapparvi un sorriso con la lettura del testo.

Nel paese del Sol Levante
che non è Svizzera né Irlanda
C’à pastiera nella mente
andavamo per cercar.

Cercavamo nu scienziato
una mente illuminata
ma tra la folla incamminata
nun truvavo cchiù a Luca!

Addò sta Luca U madonna mia
comme faccio cà miez’ a chesta via
chi o vedesse m’o purtasse a me
senz’ o’ guaglione song perz oinè

Sorry speak English? songì italiano
Secondigliano yes dove mangiare??
Susci?? No susci forse tracchia yes?
ma qui Giappone no Vicienzo Express

Jamm’la truvà Ja facimme ampress!
Troverò, cercherò, s’adda fa
ma o’ guaglione aggia truvà
Addo sta Luca, ccà tenimm che fa amma cercà!

Cerchiamo l’inatteso
il concetto lì sospeso
serendiptosi presi
per fede e per amore

Stranieri e condottieri
nella mente e nel pensieri
cerchiamo sempre il lume
che genera l’acume

Cerchiamo il caso strano
l’imprevisto, il non pensato
quella cosa neonata
definita … ENAKAPATA!!

Talento in cerca di Organizzazione

In attesa del nuovo appuntamento con la Bespoke Big Band di lunedì 29 Marzo, due citazioni che a mio avviso offrono molti spunti di riflessione in tema di rapporti, intrecci, connessioni, tra i talenti e le organizzazioni.

Una volta colte,
le opportunità si moltiplicano
[Sun Tzu, L’Arte della Guerra]


Mi chiamo Wolf, risolvo problemi
[Quentin Tarantino, Pulp  Fiction ]

Detto che lunedì vorrei provare a cominciare da qui, aggiungo che le due citazioni mi sembrano di quelle che possono offrire suggestioni a tutte queste belle teste che popolano i pianeti Enakapata e Bespoke.
Dite che sono troppo ottimista? Io dico di no. Comunque vi faccio sapere.

Il filo rosso di Santina Verta

by Roberto De Pascale

Santina Verta
Caro Vincenzo,
sto trepidando con te e Luca in questo viaggio “serindipindoso”… mi fermo spesso a rileggere per le impreviste e sorprendenti sfaccettature che partendo da un’idea- desiderio, trova la strada dell’attesa/ intesa, condita da ansie e imprevisti che il nuovo impone.
Vivo con voi, ad ogni pagina, una curiosità contagiosa, ricca di emozionanti scoperte dell’evolversi dei contatti, gli attesi disagi, l’estraneità che diventa alleanza, sorrido delle parche colazioni e dei lauti pranzi, attraverso come un segugio le mappe stradali di vie ignote e misteriose… accolgo con batticuore gli intralci e i fortunosi contatti con questa umanità che si dipana come un filo d’Arianna.
Devo scrivere ora, dopo la notte con papà (73), arriverò tardi a scuola, il caffè trabocca, ma l’impeto emotivo deve trovare un freno, ci sono immagini che si sovrappongono come un caleidoscopio con la mia vita. Ti (ri) conosco nella comunanza del percorso originario, abbraccio mentalmente quel ragazzino di Secondigliano che si rispecchia negli occhi del tuo Luca: nell’orgoglio amorevole, tenero e, a volte, schivo, come sa essere chi viene da una consapevolezza vissuta con ardore.
Apprezzo questo non rinnegare da dove veniamo, anzi il rivalorizzarlo è un punto di estrema importanza, rompe quel moto di falsa modernità che ha invasato molti compagni, scambiando il nuovo con cancellazione del passato … chi rinnega se stesso lacera la storia, si nasconde sotto un manto di ipocrito non -senso di appartenenza, forse impedisce la visione d’insieme del dove siamo ora e della perdita inevitabilmente dolorosa!
Ritrovo una forza nel tuo modo di stare in contatto con gli altri che era lo status della vita di sezione, l’antico PCI, mi ha lasciato questo senso della fratellanza che ci faceva sentire potenti- capaci di scalare le difficoltà.
Crescevamo, mentre sognavamo una equità sociale, rendevamo allegre le infinite discussioni, colmandole di speranza!
Mi fermo, per ora… e spero di continuare presto questo dialogo mai interrotto.
Buona giornata a te e alla tua famiglia, Santina

Per gli esseri umani, pensare a cose passate significa muoversi nella dimensione della profondità, mettere radici e acquisire stabilità, in modo tale da non essere travolti da quanto accade-dallo Zeitgeist, dalla storia, o semplicemente dalla tentazione. Il peggior male non è dunque il male radicale, ma il male senza radici.E proprio perché non ha radici, questo male non conosce limiti.proprio per questo, il male può raggiungere vertici impensabili, macchiando il mondo intero
Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale

Maria Paraggio

Chissà perché questo post mi ha rimandato ai miei tredici anni, al ginnasio e ha riportato alla memoria giorni e accadimenti.
Nell’anno scolastico 1968-69 frequentavo la quarta ginnasiale. Venivo dalla provincia ed avevo da poco compiuto solo tredici anni ( avevo fatto la primina). A Salerno c’erano due licei: il Liceo Tasso, frequentato dal fior fiore della bella gioventù salernitana, con la sua prestigiosa sede in centro e il Liceo F. De Sanctis che era ubicato in un palazzo di cinque piani. Il mio era il De Sanctis. C’erano, rigorosamente, due ingressi, uno per i maschi ed uno per le femmine. La presidenza, strategicamente, era ubicata al terzo piano.
Quando è iniziato l’anno scolastico, il primo ottobre, portavo ancora i calzettoni (calzini alti di lana) e alcuni compagni addirittura i pantaloni corti (Così si usava). Sembravamo ancora bambini, mentre i ragazzi di città si distinguevano sia per la spigliatezza che per gli abiti alla moda. Pian piano, ci adeguammo a quel nuovo stile di vita, imparando dagli altri e trovando un nostro proprio gusto. Ben presto cominciarono a circolare volantini ciclostilati che parlavano di collettivi, assemblee, cortei, scioperi per ottenere una riforma.
Poi all’ingresso della scuola, sia all’entrata che all’uscita cominciarono a formarsi capannelli di studenti intorno a due o tre leader. Dal Tasso venivano alcuni del movimento studentesco, già vivo, e facevano opera di convincimento tra noi. Si respirava un’aria di tensione tra i diversi gruppi di destra e sinistra. Ormai il movimento si era politicizzato. Ricordo che uno studente del Tasso fu picchiato proprio davanti al nostro liceo.
Le ragazze che, per un certo tempo, si erano tenute lontane, cominciarono ad aggregarsi intorno ai leader che fecero molte conquiste femminili. Il carattere forte, la novità, gli ideali fecero più colpo  della bellezza maschile.
Assemblea era la parola che più passava di bocca in bocca. Ci furono scioperi, cortei di varie scuole che poi si riunivano al Tasso. Si passò all’occupazione, poco prima delle feste di Natale. Ragazzi e ragazze si asserragliarono all’interno dell’Istituto per circa 40 giorni. Per il timore di essere coinvolta negli scontri tra gruppi di estrema destra e sinistra, i miei non vollero che andassi a scuola per tutto il tempo. Le mie compagne mi tennero informata. Ormai si respirava un’aria di libertà, di parità di sessi, di libertà di opinione mai provata.
Tutta l’Italia studentesca era in fermento. Cominciarono ad arrivare i primi risultati. Ci fu concessa l’assemblea di istituto, l’assemblea di classe, la ricreazione. Anzi alcuni istituti ottennero mezz’ora di ricreazione e si poteva uscire e rientrare in classe alla ripresa. Noi del De Sanctis, invece, con un referendum tra alunni, scegliemmo di abolire la ricreazione e optare per un orario ridotto. Uscivamo alle 12:20 per le quattro ore e alla una 1:10 per le cinque.
A livello nazionale si ottenne l’abolizione dell’esame di ammissione dal V ginnasio al I liceo, bella conquista, soprattutto per me che avrei dovuto sostenerlo a breve, e in seguito fu approvato l’esame di stato su due materie orali e due scritte.
La conquista più grande fu però il riconoscimento della parità delle donne nel prendere decisioni importanti in tutti i campi della società, con l’abolizione di tanti tabù che l’avevano accompagnata fino a quel momento.
Dimenticavo di dirvi che in prima fila nei cortei, con megafono e una sciarpa stretta intorno al collo faceva la sua bella figura un famoso e discusso giornalista televisivo.

Tu chiamala se vuoi, serendipity

Oggi a Unisa, finita la lezione, ho incontrato la mitica M.G. per il riesame delle pagine del mio dizionario del pensiero organizzativo che ha già tradotto in inglese. Non ci credete che un mio libro viene tradotto in inglese? Neanche io. Eppure accade. Si lo so che una volta tradotto il libro in inglese bisognerà trovare un editore inglese, ma questo non mi spaventa. Con gli anni sto diventando come Henslowe, l’impresario che in Shakespeare in love, anche nelle situazioni più improbabili dice “si risolve”. Con la differenza che lui, nel film, a chi gli chiede “come?”  risponde “non lo so: è un mistero”, mentre io, nella vita, a chi mi chiede “come?” rispondo “non lo so: per genio e per caso”.
Voi dite “tu chiamala se vuoi serendipity”? Non me la sento. Come ho spiegato proprio oggi ai ragazzi questa faccenda della serendipity – l’idea che l’osservazione, da parte di menti preparate, di un dato anomalo, imprevisto e strategico crei le condizioni per un cambiamento di paradigma -, non va banalizzata. Come ha  ricordato Khun, ad un sacco di gente sono cadute mele e mille altre cose in testa, ma c’è voluto Newton per definire la legge di gravità. Eppure c’è qualcosa di magico nel fatto che M.G. arriva per caso un giorno nella mia stanza, finiamo con il parlare del dizionario, gliene porto una copia insieme alla versione in inglese del mio rapporto di ricerca sul Riken e lei, che ha tradotto Harold Garfinkel, non so se mi spiego, qualche settimana dopo mi propone di tradurlo.
Dite che sono fortunato? Vero. Mia madre mi ricorda ancora adesso che sono nato con la camicia, non ho mai capito bene di cosa si tratta, ma meglio questo che un dito in un occhio.  Dite che tutto questo mi piace un sacco? Verissimo. A patto che conveniamo sul lavoro che c’è da fare per fare in modo che il piacere non si trasformi in incubo: la traduzione è una grande opportunità ergo richiede un significativo impegno per migliorare il volume da tutti i punti di vista, comprese le definizioni, anche perché  sulla versione inglese io non sono più in grado di metterci le mani. Dite che per uno con il mio carattere la cosa non deve essere facile? Questa volta ci avete preso in parte. Perché la professionalità, la competenza e la disponibilità di M.G. mi fanno stare assolutamente tranquillo.
Quello che intendo dire è che  intorno a  concetti come passione, impegno, lavoro, professionalità, competenza, disponibilità, collaborazione si possono cogliere opportunità, crearne di nuove, risolvere problemi. In Giappone come in Italia o in ogni altra parte del mondo. Il fatto è che in Giappone, in Cina, negli Usa e in tante altre parti del mondo questa cultura c’è, in Italia no, e questo spiega perché da noi i cervelli sono costretti a fuggire.
Per quanto mi riguarda, nel mio infinitamente piccolo, indietro non torno. Per me è persino un fatto di libertà. Luca lo sa, ma adesso lo dico anche a voi, sarà il titolo del mio ultimo post, diciamo, come augurio, l’11 settembre del 2055:
Ho fatto sempre quello che volevo. Ho lavorato sempre un sacco per poterlo fare.

Concetta Tigano
Serendipity, fortuna si!
ma sotto sotto tanto impegno e lavoro e studio e cuore e passione e chissà cos’altro!!!
senza tutte queste cose….non credo si arrivi tanto lontano, non credo sia solo il caso, questo è il raccolto di tanta semina…
meritato raccolto….meritatissimo!
questo “tema” è molto interessante….

Adriano Parracciani
Questo tuo dizionario è una iniziativa notevole e lodevole. Lo voglio leggere al più presto perchè il tema l’ho vissuto direttamente. Ho lavorato per tredici anni in una multinazione del software e della consulenza IT che aveva definito un proprio pensiero organizzativo chiamato SCOPE; nei primi tempi erano state create delle figure specifiche chiamate MOC (Man Of Change) con il compito di diffondere, divulgare e rendere operativo SCOPE in tutte le unità locali sparse per il mondo.

Organizzazione e Serendipity: binomio non solo possibile ma forse auspicabile, da agevolare, da incentivare. Perchè? perché la serendipity è innovazione non prevista, come dire, innovazione al quadrato; forse più difficile da capire ma spesso molto più efficiente.
Bene, bravo, bis

P.S.
Potremmo divertirci a creare qualche neologismo sul tema come versione enakapatiana del dizionario :-)

Fidya

Congratulazioni!
Io ho la 2a EDIZIONE…dovrò rimediare? :)
Nascere con la camicia significa nascere con la placenta ancora intorno al momento del parto…era usanza dire che il nascituro fosse un bambino fortunato! E lei lo è Prof. Ma… dietro ogni fortuna ci sono enormi sacrifici!

Carmela Talamo

Nulla succede a caso, il caso non esiste. Non esiste la fortuna e quindi non esiste la sfortuna. Niente miracoli, solo forza di volontà capace di trasformare il dire in fare e, quindi, facendo, tutto può accadere, tutto diventa possibile. La nostra vita è come un puzzle rovesciato su un tavolo, le cui tessere sono disposte apparentemente a caso. Le guardiamo e ci sembra impossibile dar loro forma, eppure il disegno è già là  dobbiamo solo ricomporlo. Occorre lavoro, impegno, fiducia in noi stessi e nella nostra capacità di fare e pian piano le tessere si incastrano, piano piano troviamo le connessioni giuste e cominciamo ad intravedere il disegnio, a dare un senso a ciò che stiamo creando. Talvolta costruiamo tanti pezzetti isolati che sembrano non interagire fra loro e poi, quasi per magia, compare il pezzo mancante, quello che ti permette di ricomporre il tutto di capire dove ti ha portato tanto lavoro. Non è fortuna, non è un caso era tutto sul tavolo. Nulla è comparso
per incanto il disegno era già stato tracciato. La nostra forza è questa andare avanti , non arrendersi, perseguire sempre  ciò in cui crediamo. Non lasciare che il puzzle resti lì sul tavolo. Una poteziale vita mai compiuta. Semplici riflessioni di una complicata mezza  indu-buddista.

Metti una sera a Bespoke


Di ieri sera mi sono piaciute tante cose, ma naturalmente non ve le dico tutte. Perché? Perché sarebbero troppe e troppo lunghe. Perché ci sono cose che hanno bisogno di tempo e di maturare meglio. E altre che sono fatte di incontri, di occhi, di mani, di intimità.
Diciamo che ve ne dico tre tra quelle mi sono piaciute un sacco.

La prima è Pierpaolo che ancora non so che si chiama Pierpaolo che si presenta con Enakapata e mi presenta la mamma. Io che gli dico “come ti chiami”, lui che mi dice “Pierpaolo”. Io che non faccio in tempo ad aprire il libro e lui che mi dice “per favore  mia madre vuole la dedica con le parole del tuo amico filosofo”. Il filosofo è Salvatore Veca, le parole sono tratte da un suo meraviglioso volume, Dell’Incertezza (Feltrinelli, 1997)  e ci dicono, naturalmente in maniera molto più bella di quanto non riesca a farlo io, che le nostre vite possono dirsi tanto più degne di essere vissute quante più relazioni e connessioni riusciamo a stabilire nel corso di esse. Scrivo, restituisco il libro alla signora, stringo la mano a Pierpaolo, mi resta la gioia sincera che provo ogni volta di fronte ad esperienze, come questa, di comunicazione riuscita.

La seconda è la complicità tra Federica ed Alessia, le due giovani cantanti dei Motor Sound. Che fossero brave io lo sapevo già. Ma non pensavo potessero diventare complici, causa proprio la bravura e la giovane età, due  forze molto potenti per attivare processi di competizione. E invece sì, grazie un poco al coraggio e alla passione di Beppe Del Vecchio,  batterista e guru del gruppo, e  tanto alla loro capacità di vedere, di scoprire, di comprendere, il lato win-win della vita.

La terza è l’entusiasmo, la voglia di confrontarsi e di migliorarsi dei partecipanti al progetto Bespoke  ideato e  diretto da Antonio Gravina. Antonio me ne aveva già parlato. Ma come dice il poeta, di una cosa devi fare esperienza se vuoi comprenderla veramente.
Sono rimasto insomma davvero colpito dalle intersezioni possibili con persone ccosì uguali e così diverse da me.

Viviana Graniero
Splendida serata serendipitosa
Sei serali: svelti saliamo scale, sopraggiungendo speciale salone. Si svolgerà serata straordinaria!
Scrutiamo sguardi stimati, seppur sconosciuti, supposti, sentiti sinora solo su spazi surreali.
Scambiamo sorrisi sinceri, spontanei. Scherziamo. Sentiamo, silenziosamente sedotti, storie su scrittori-scropritori, su “spedizioni” straordinarie, storie semplici scritte sinceramente, senza sovrastrutture.
Si somma sound sensazionale, sottofondo superlativo.
Si susseguono stranissime sensazioni, svariate suggestioni: sicuramente scopriamo senso sostanziale serendipity.
Salutiamo sconsolati, sceglieremmo senzaltro seguitare serata, sfortunatamente siamo senza seicento.
Stranezza : sera seguente siamo ancora soddisfatti, sorrisi stampati senza spiegazione… succede solo sperimentando situazioni singolarmente speciali.

Maria Savarese
Metti una serata a Bespoke…
Metti che arriviamo nella magica galleria Umberto 1 e la prima cosa che incontriamo sono dei ragazzi che giocano a pallone e che sognano di diventare un giorno come Cannavaro.
Se ci è riuscito lui, perché non altri ragazzi napoletani!
Metti che entriamo nell’accademia Bespoke e ad accoglierci c’è il sorriso dolce di Trudy e tante belle persone.
Metti che incontriamo Vincenzo Moretti, un uomo dalla stretta di mano decisa e dallo sguardo familiare.
Metti che inizia a raccontarci delle sue scelte di vita, di quando decide di studiare sociologia, di quando il padre gli chiede cosa avrebbe potuto fare dopo e lui dice: “il disoccupato”. E il padre gli risponde “se ti pace questo tipo di studio, allora fallo!”
Metti che penso ai ragazzi che stavano giocando a pallone e a noi presenti lì, pieni di sogni e di voglia di fare e penso che… se una cosa ci piace, allora possiamo farla!

Fly Fly Away

by Adriano Parracciani

La Musa
Pagina 181, last page: 196. fra poco meno di 15 pagine, il mio viaggio in Giappone sarà finito. Andrò via con la sacralità dei ciliegi in fiore, con una Tokyo brulicante e ordinata, con la tecnologia più avanzata intersecata e fusa a millenni di leggende e storia antica. Questa è la cartolina di Vincenzo e Luca, di un arcipelago di tante culture racchiuse in un unico mondo. Loro, padre e figlio che hanno la capacità nn comune di scambiarsi i ruoli pur rimanendo ciascuno, l’uno figlio, l’altro padre. La tenerezza e la sincronicità che li lega e che li porta ad illustrare al lettore gli aspetti più vividi e salienti di un popolo così lontano da noi. L’ospialità ad esempio, che nn è un fatto assolutamente accidentale, ma un rituale semplice e spontaneo, che si celebra quotidianamente verso tutti, a beneficio dell’animo umano. Un rapporto che fa sentire meno lontani gli autori dalla loro casa, la nostra Nazione, dove quel senso intimo e sociale di “shinsetsu” sta venendo a mancare sempre più. Il rispetto delle regole: di quando un semaforo rosso è ROSSO e basta, e nn si strombazza per passare ad ogni costo o si sgomma sulle strisce pedonali. Il rispetto per l’ambiente nella cura della raccolta differenziata della spazzatura; il cartoccio vuoto della pasticceria, appallottolato e messo in tasca perchè niente viene gettato in strada. Cose che i giapponesi fanno ciascuno per sè, per la propria qualità di vita a vantaggio dell’intera comunità. Che dire ancora di questo diario di bordo? leggendolo ci si ammanta di emozioni e di silenzi rotti dal vento di marzo; una sorta di serendipity per l’appunto, vissuta in prima persona dagli scrittori e trasmessa al lettore sul sottile spessore di una pagina bianco-opalina. Vincenzo e Luca, grazie. Fly fly away…